In Colombia monta la rabbia dopo la morte di Dilan Cruz, 18 anni, assassinato per mano dello Stato. “Saremo pacifici, ci muoveremo in massa, ma non ci fermeremo.”

Si ritroveranno tutti in piazza. Ancora. A mezzogiorno in punto, alle 18 ora italiana. Ma con un motivo in più. Quel motivo si chiama Dilan Cruz, 18 anni, colpito da un proiettile sporco durante le manifestazioni di sabato scorso e morto ieri. Sarà un Cacerolazo por la vida perché Dilan è la prima vittima nelle proteste esplose in Colombia contro le politiche del presidente Ivan Duque. Ed è un simbolo. “Il nostro compagno è morto per mano dello Stato colombiano – denuncia l’Unione nazionale degli studenti dell’istruzione superiore -, ma il suo omicidio si inquadra in un contesto sistematico e diffuso di mancanza di rispetto per la vita e l’integrità di coloro che esercitano il diritto alla protesta sociale.”

365 giorni senza Silvia Romano. Gli arresti non bastano se non riportiamo a casa la nostra meglio gioventù.

Ha 24 anni Silvia Romano e non c’è una foto in cui non sia sorridente. Fino all’ultima scattata solo tre giorni prima che venisse rapita nel villaggio di Chakama, vicino Malindi. Era un anno fa esatto quando le agenzie di stampa battevano la notizia di una giovane cooperante italiana sequestrata in Kenya.

La storia si fa insieme. Lula torna libero e la Cgil c’è. A San Paolo l’abbraccio tra chi sogna e lotta per il lavoro e la democrazia

Dal Brasile il racconto dell’incontro con Inácio Lula da Silva poche ore dopo la sua scarcerazione. Scrivono Elena Lattuada, segretaria generale Cgil Lombardia e Fabio Ghelfi, responsabile politiche internazionali.

30 anni dopo Berlino, decine di muri della vergogna… Possiamo batterli, ancora e per sempre

30 anni fa la caduta del muro che divideva l’Europa, oggi le nuove generazioni lottano contro nuovi muri reali e virtuali: sono tutti muri da abbattere. Sono i muri della vergogna

Lula libero, Marielle vive. Oggi il Brasile ci ha dimostrato che, anche nell’assalto più feroce, il popolo resiste

Se Lula è libero, Marielle Franco vive. Lei, punita da mani armate che le indagini scoprono di giorno in giorno più vicine all’attuale presidente Bolsonaro. Lei, assassinata il 14 marzo del 2018, poche settimane prima che Lula finisse in carcere, freddata in un agguato perché troppo donna, troppo lesbica, troppo a sinistra, troppo pronta a difendere i diritti degli ultimi.
Una consigliera comunale e un ex presidente. Una uccisa, uno ingiustamente imprigionato. Lei del Partito Socialismo e Libertà, lui del Partito dei Lavoratori. Fino a oggi il Brasile di Jair Bolsonaro è stato questo. Da questa sera il futuro promette di scrivere un’altra storia.

Mille morti: la guerra contro i curdi non si è mai fermata. Ed è una delle più sporche che abbiamo conosciuto.

Immagini e numeri di un conflitto che l’opinione pubblica mondiale sembra già aver dimenticato.Armi chimiche, violenze contro i civili, nessun rispetto per gli accordi, il sospetto – denunciato dai curdi – di un tentativo di “sostituzione etnica”, l’accanimento contro le donne, vero simbolo dell’emancipazione del Rojava: accade alle porte dell’Europa e non se ne parla quasi più.

Luis Sepulveda: “Sua Deficienza Sebastian Piñera, quando oltre un milione di cileni ti dicono ‘dimettiti’, vattene una volta per tutte.”

Per lo scrittore cileno che conobbe il carcere negli anni della dittatura di Augusto Pinochet, e che per quello lasciò il suo Paese natale, al Palazzo della Moneda dovrebbe arrivare subito un nuovo inquilino. Eppure oggi anche se Piñera resta, il popolo unito ha vinto.

Noi giovani cileni: anima socialista e niente da perdere. I carri armati non ci fermeranno

Fernanda Soto Mastrantonio è una fotografa, comunicatrice, femminista. Ha 30 anni. E’ nata nel 1989 quando il Cile chiudeva l’epoca nera della dittatura. “Le nostre proteste di oggi nascono dalla rabbia e dall’esasperazione. Non riguardano i 30 pesos del biglietto della metro ma gli ultimi trent’anni di neoliberismo sfrenato. La nostra anima socialista si è svegliata dal torpore e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci”

5 giorni di tregua: Usa e Turchia impongono ai curdi di ritirarsi. Le persone muoiono sotto le bombe e quello sciagurato di Trump parla di “amore difficile”

“Tough love” suona come quel sentimento che alcuni cronisti osano ancora chiamare amore ma che invece è solo odio, delirio di onnipotenza e disprezzo dell’altro e che anima quegli uomini violenti che picchiano, abusano e uccidono le donne. La guerra turca contro il popolo curdo è perversa anche quando si parla di tregua.

Un pugno al razzismo, un calcio alla guerra. Città del Messico chiama Istanbul.

Gino Strada ha un sogno. Che alla finale di Champions League in programma a Istanbul, non si presenti nessuno, che siano le squadre a dire: “Noi qui non giochiamo”. Impossibile non pensare a quella sera di 51 anni fa: a Tommie Smith e John Carlos e ai loro pugni alzati. Ma questa è anche la storia del St.Pauli, del cestista Enes Kanter e di un’epica tifoseria contro razzismo e violenza

Il generale USA: è pulizia etnica. Trump ha le mani sporche di sangue. Intanto Erdogan attacca Kobane

Il presidente turco annuncia di avere il via libera della Russia per attaccare la città simbolo del riscatto curdo. Il presidente statunitense Donald Trump, intanto, ritira mille soldati dal Nord Est della Siria. E proprio dagli USA arriva l’agghiacciante denuncia del generale John Allen che fu a capo delle forze statunitensi in Afghanistan.