Bella Ciao? Un inno alla libertà e una canzone d’amore. Ecco perché piace a tutti tranne che a fascisti e sovranisti. Breve storia musicale della canzone che unisce le piazze del mondo.

I ragazzi hanno ricominciato a cantare Bella ciao nella piazze e addirittura qualcuno ha osato cantarla in chiesa. Puntuali sono arrivate le critiche relative al carattere politicizzato e politicizzante della canzone. Ma ne siete proprio sicuri?

In realtà Bella ciao è diventata l’inno ufficiale della Resistenza solo quindici anni dopo la fine della guerra. La canzone dei partigiani era Fischia il vento, troppo legata alle formazioni comuniste per essere assunta nell’Italia della guerra fredda a simbolo della Liberazione (“Fischia il vento –  scriveva Franco Fabbri – ha il “difetto” di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti, di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è – ironia della sorte – più “corretta”, politicamente e perfino culturalmente”).

Le origini della canzone – sia del testo che della musica – sono molto incerte (qualcuno la farebbe risalire addirittura al Cinquecento francese o alle antiche melodie yiddish). Per molto tempo una delle ipotesi più diffuse è stata quella di un probabile legame con i canti delle mondine padane, ipotesi evocativa e romantica, sconfessata però dallo studioso Cesare Bermani.

La sua popolarità arriva negli anni Sessanta. Nel 1963 Yves Montand incide il brano che avrà un successo internazionale.

La prima incisione italiana risale allo stesso anno, ad opera di Sandra Mantovani e Fausto Amodei.

Gaber la inciderà nel 1967; De André la inserirà in Carlo Martello e ne La ballata dell’amore cieco; Milva la canterà nella versione delle mondine a Canzonissima nel 1971; persino il ‘reuccio’ Claudio Villa la inciderà 1975.

L’anno successivo la canzone chiuderà il XIII Congresso della Democrazia cristiana, Congresso di conferma alla guida del Partito del partigiano Benigno Zaccagnini, l’onesto Zac.

Scriveva lo scorso anno proprio su Famiglia Cristiana Orsola Vetri: “Chi scrive ricorda che in pieni anni ‘70 la insegnavano le maestre a scuola insieme ad altre canzoni regionali (Romagna mia) o storiche (La leggenda del Piave). La si cantava con i nonni durante le passeggiate in montagna. Oppure la si urlava accompagnata dalla chitarra con i capi scout dell’Agesci intorno al fuoco di bivacco”.

Negli anni Novanta i Modena City Ramblers la reinventano secondo lo stile del “combat folk” e conquistano tutti, gli adulti che rinnovano la memoria, i ragazzi che non sanno e vogliono conoscere.

La canzone adesso si canta a squarciagola e si balla, ai concerti, negli stadi, nelle piazze.

Bella ciao è stata tradotta in tutte le lingue esistenti.

Il tema della libertà contro un oppressore non precisato l’ha resa un brano adattabile, cantato dai braccianti messicani in California, dagli ucraini anti – Putin e da quelli filorussi, fino alle manifestazioni a seguito della strage di Charlie Hebdo.

L’hanno cantata gli Indignados di ogni angolo di mondo per affermare diritti di uguaglianza, partecipazione, annullamento del potere delle banche e delle multinazionali.

Ad Atene ha accompagnato l’utopia populista di Tsipras, a Hong Kong l’opposizione alla Cina comunista, a Istanbul la rivolta contro l’Islam autoritario di Erdogan. 

E’ cantata dai cileni in rivolta contro il presidente Sebastián Piñera, dalle combattenti curde in Rojava, dai manifestanti iracheni in rivolta contro le politiche del primo ministro Adel Abdul Mahdi.

In Italia la cantano i lavoratori della Whirpool in sciopero, i ragazzi di Fridays for Future, per ultime le Sardine come raccontava qualche giorno fa il blog indipendente Fortebraccio.

E’ un inno alla libertà, una canzone d’amore che ci ricorda che la Storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi Bella ciao che partiamo. La Storia non ha nascondigli, la Storia non passa la mano…

Cantiamola dunque, tutti insieme, intonati e stonati, da soli o in gruppo, con accompagnamento musicale oppure no, nella versione classica o folk, a casa, in piazza, in chiesa, a scuola, al lavoro, con la consapevolezza di seguire una causa che sta dalla parte della libertà, della democrazia, della solidarietà, della lotta a ogni dittatura.

Una causa che non ha colore, non ha bandiera, non ha confini, perché è una causa grande, una causa giusta.

L’autrice di questo articolo è Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio Storico della Cgil nazionale