Non punite don Biancalani, il prete che ha cantato Bella Ciao. Don Andrea Gallo avrebbe fumato il sigaro e vi avrebbe detto “Ieri, oggi, domani, sempre Resistenza!”

Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, è di nuovo sulle prime pagine dei giornali. Tempo fa la sua storia e quella del centro d’accoglienza che gestisce erano state alla ribalta della cronaca. Matteo Salvini era vice premier, la propaganda per i decreti sicurezza imperversava e Vicofaro, insieme a Riace, ne divenne suo malgrado l’epicentro. Numerosi attacchi, molte minacce, una macchina dell’odio scatenatissima il cui punto più basso fu toccato quando don Biancalani postò la foto dei suoi ragazzi in piscina scrivendo “oggi… PISCINA!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!” E Salvini rispose:  “Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto

Oggi, di nuovo, a dare il la è il capo della Lega Matteo Salvini: “Ricordate il prete toscano che vorrebbe portare tutta l’Africa in Italia? Oggi concertino ‘sardinante’ di ‘Bella Ciao’… a Messa! Tra un po’ lo vedremo a Sanremo! (Roba da matti!)“. Don Massimo Biancalani ha, infatti, concluso la messa con il canto simbolo della Liberazione. Sacro e profano. La politica sull’altare.
Più ancora che una profanazione, un’appropriazione indebita” strombazza Massimo Gramellini sulle pagine del Corriere della Sera chiamandolo prete-sardina. E già si parla di punizioni in arrivo da parte del vescovo che, in realtà, intervistato da Avvenire, si dice solo molto amareggiato.

Questa, però, non è solo la storia di Don Biancalani. E’ la storia dei preti partigiani, che forse abbiamo tutti dimenticato, di quei tanti che persero la vita nella difesa dei loro parrocchiani e dei loro concittadini, nella lotta contro l’oppressione nazista e fascista. E poi questa è anche la storia dei preti di strada, come don Luigi Ciotti e Padre Alex Zanotelli. Come don Andrea Gallo. Tutti e tre hanno cantato Bella Ciao in chiesa e mai nessuno ne aveva fatto un caso, anzi a Genova ai funerali del “Gallo” Bella Ciao la cantarono tutti, dentro e fuori la chiesa. Lui avrebbe voluto farne l’inno nazionale.

L’8 dicembre del 2010 al termine della Messa nella Chiesa di San Benedetto per festeggiare i 40 anni della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, don Gallo salutò i presenti intonando “Bella Ciao” accompagnato da Gino Paoli. Un paio di anni più tardi replicò sventolando la immancabile sciarpa rossa e augurando a tutti Buon Natale.

Certo, Don Gallo. Don Gallo che citava tanto spesso Antonio Gramsci. Lo fece anche a Gattatico dove vennero trucidati i fratelli Cervi in un meraviglioso discorso intitolato “Partigiano della Costituzione”.

In quell’occasione raccontò:

A quindici anni ho partecipato alla guerra partigiana. Mio fratello era comandante e io ero giovanissimo.  Il motto di quella brigata mio fratello lo scriveva da tutte le parti. Gli ho detto: «Non scrivere, che poi i tedeschi ci vengon dietro». Il motto era ed è il primo messaggio che voglio dare a voi: «Osare la speranza». Son venuto qui per cantare con voi, coi fratelli, per la libertà, per la giustizia, per la pace, per la democrazia che sta morendo! Quando andai con la brigata, quindici anni e rotti, mia madre mi guarda e dice: «Cosa fai?». «Vado con Dino, mio fratello, comandante.» La mamma piangeva. Ma capiva. Non potevo fare altro. A volte arrivavo a casa, lasciavo la borsa alla mamma. Poi ripartivo… Tutta la Resistenza non è venuta a predicare la verità: è venuta a testimoniarla! Sulla mia scrivania, se venite a Genova, vedrete le fotografie di Ettore, Ovidio, Agostino, Ferdinando, Aldo, Antenore, Gelindo, fucilati il 28 dicembre 1943. Nel ’43 scoppiò la ribellione. È questa  la lotta quotidiana. Attenti, un’altra domanda: qual era l’obiettivo prioritario della lotta della Resistenza? Abbattere il nazifascismo per ottenere la pace. Noi facevamo la guerra, perché credevamo fosse l’ultima. Questo è il punto. Oggi chiediamo: se il 25 aprile ha ancora qualcosa da dire ai giovani e ai giovanissimi, vale la pena di insistere o non si rischia di passare per pedanti custodi di un cerimoniale superato? Io dico di no, che vale la pena insistere, però ad una condizione: che non si beatifichi la Resistenza. Si parli dei resistenti, ecco perché ho ricordato i nostri compagni Cervi, a uno a uno. Resistenti, donne e uomini in carne e ossa, giovani alla ricerca di una vita. Oggi invece stiamo vivendo l’esatto contrario dello spirito della Resistenza e del 25 aprile, che io ho personalmente vissuto. La maggioranza degli italiani, bisogna che ce lo diciamo (qui siamo in tanti, a Reggio Emilia si respira antifascismo…), a mio avviso non sono nemmeno lontanamente antifascisti. «È sempre meglio un fascista che un comunista», da anni me lo dicono! Però io non sono venuto qui per fare lezioni, non sono uno studioso, son venuto qui per mettermi in discussione, con voi… quando tornerò a Genova, a Dio piacendo, voglio essere più uomo, più partigiano, più cristiano, più prete, più coordinatore di comunità, più antifascista… Più anticapitalista! È qui il casino.” (Il canto del Gallo, Chiarelettere editore)

Ecco, non punite don Massimo Biancalani perché ha voluto essere più uomo, più partigiano, più cristiano, più prete, più coordinatore di comunità, più antifascista, più anticapitalista.

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