In Colombia monta la rabbia dopo la morte di Dilan Cruz, 18 anni, assassinato per mano dello Stato. “Saremo pacifici, ci muoveremo in massa, ma non ci fermeremo.”

Si ritroveranno tutti in piazza. Ancora. A mezzogiorno in punto, alle 18 ora italiana. Ma con un motivo in più. Quel motivo si chiama Dilan Cruz, 18 anni, colpito da un proiettile sporco durante le manifestazioni di sabato scorso e morto ieri. Sarà un Cacerolazo por la vida perché Dilan è la prima vittima nelle proteste esplose in Colombia contro le politiche del presidente Ivan Duque. Ed è un simbolo. “Il nostro compagno è morto per mano dello Stato colombiano – denuncia l’Unione nazionale degli studenti dell’istruzione superiore -, ma il suo omicidio si inquadra in un contesto sistematico e diffuso di mancanza di rispetto per la vita e l’integrità di coloro che esercitano il diritto alla protesta sociale.”

Assieme ai giovani dell’Unees si schiera il Comitato nazionale per lo sciopero – un comitato ombrello che riunisce sindacati e associazioni in campo per l’ambiente, i diritti civili e sociali e – che oggi annuncia che le proteste aumenteranno.

Fin da subito perché al tavolo convocato dal presidente Duque siederanno s,ì ma solo per rilanciare la loro agenda e chiedere che venga sciolta l’Esmad, letteralmente Escuadrón Móvil Antidisturbios, l’unità speciale della polizia colombiana che avrebbe utilizzato proiettili chiamati recalzadas: residui delle cartucce dei lacrimogeni tagliati e affilati, estremamente dannosi e potenzialmente letali. Fin dalla sua istituzione, nel 1999, questo corpo antisommossa è stato al centro di numerose proteste per aver utilizzato la violenza contro i manifestanti fino in alcuni casi a provocarne la morte, come è accaduto con Dilan.

Da domani in tutto il paese in omaggio a Dilan Cruz- si legge nel comunicato del Comitato – le proteste aumenteranno: realizzeremo assemblee sindacali, cittadine, popolari; i nostri comitati si riuniranno in forma permanente. “Saremo pacifici, ci muoveremo in massa e saremo in lutto e continueremo a chiedere al governo di ascoltare le nostre richieste“, ha dichiarato Fabio Arias, uno dei leader della CUT, la Central Unidaria de los Trabajadores.

Non si fermeranno fino a quando non avranno risposte, fino a quando Duque non avrà fatto marcia indietro sul suo cosiddetto “pacchetto” che contiene riforme del diritto del lavoro, previdenziali e fiscali fortemente neoliberiste, mentre la cittadinanza reclama un sostanziale impoverimento sia sul fronte economico che umano e sociale.

Non si fermeranno – dicono – perché lo devono a Dilan Cruz che, a 18 anni, era sceso in piazza solo perché voleva rivendicare il suo sacrosanto diritto allo studio.


			

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