365 giorni senza Silvia Romano. Gli arresti non bastano se non riportiamo a casa la nostra meglio gioventù.

Ha 24 anni Silvia Romano e non c’è una foto in cui non sia sorridente. Fino all’ultima scattata solo tre giorni prima che venisse rapita nel villaggio di Chakama, vicino Malindi. Era un anno fa esatto quando le agenzie di stampa battevano la notizia di una giovane cooperante italiana sequestrata in Kenya.

Le ultime quarantotto ore hanno aperto nuovi spiragli: Silvia è viva – hanno dichiarato fonti somale – ma, secondo la ricostruzione della Procura di Roma e dei carabinieri del Ros, sarebbe nelle mani del gruppo jjihadista Al-Shabaab, affiliato ad Al Qaeda, in Somalia. L’avrebbero presa come ostaggio politico da ostentare a favore della propaganda islamista. Scattata la mezzanotte dell’anniversario irrompe così l’ultima ora: disposte 23 richieste di arresto e sequestri di beni.

Eppure non basta, eppure il condizionale è sempre d’obbligo quando si racconta questa vicenda sulla quale hanno pesato i silenzi. Non ultimi quelli istituzionali. Secondo Amnesty International, infatti, in tutto questo periodo “il governo ha fornito poche informazioni e si è limitato a riferire che la questione era trattata secondo le vie tracciate dall’intelligence e non per quelle diplomatiche.”

Eppure Silvia è stata ed è ancora, anche in questo disperante vuoto di notizie e certezze, l’immagine e il volto della nostra meglio gioventù. Una ragazza appassionata, entusiasta, determinata a riscattare le ingiustizie e a rendere questo mondo un luogo più umano di quanto non sia. Una che “piuttosto di essere normale, ha scelto di essere felice”, una che sopravvive di ciò che riceve ma vive di ciò che dona, una che di sé scrive: “Amo stringere i denti ed essere una testa più dura della durezza della vita. Amo con profonda gratitudine l’aver avuto l’opportunità di vivere.

Ecco, Silvia, stringili ancora i tuoi denti, mantienila quella tua testa dura. Sono trascorsi dodici mesi e ti si aspetta. Il tuo volto raggiante non è stato dimenticato. E’ tempo, però, che ti riportino a casa e che ti facciano tornare libera come deve essere la meglio gioventù.

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