Ai giganti della gig economy piace solo un sindacato: quello giallo.

Gli americani li chiamano company unions, sono sindacati ma di quelli che prendono le parti del padrone. Diffusi negli anni venti del Novecento, vennero banditi dall’altra sponda dell’Oceano da una legge del 1935 più o meno nello stesso periodo in cui in Italia il fascismo imponeva le corporazioni. Il nostro Paese impiegò qualche decennio per arrivare alla conclusione che un sindacato di quel tipo proprio non doveva esistere: merito della Repubblica e merito dello Statuto dei Lavoratori del 1970.
Quelle organizzazioni sono illegali perché, molto banalmente, servono a limitare e non a rafforzare i diritti dei lavoratori.
Ecco pensiamoci ogni volta che puntiamo il nostro dito sull’icona di un’app di consegna a domicilio. Perché – come ha dimostrato la trasmissione Report di Rai 3 nell’inchiesta della scorsa domenica – i giganti della modernità, del 4.0, dell’innovazione senza tutele tentano di fare leva su questo vecchio vecchissimo arnese.

Anche gli attacchi subiti da Talem Parigi, il rider fiorentino che ha scelto la tessera Cgil, da parte della neo costituita associazione nazionale autonoma dei rider, ne sono la prova.
Qualche giorno fa questo blog pubblicava un articolo dedicato alla disgraziatissima vicenda che aveva finito, ahinoi senza troppe sorprese, per sfociare in un attacco razzista. Ma il vero messaggio politico e il dibattito che si è aperto nella rete e sui social network, riguarda non il colore della pelle ma il colore del sindacato. Scrive Paola Galgani, segretaria generale della Camera del lavoro di Firenze, sul suo profilo facebook:

I sindacati gialli sono esistiti. Mi sa che esistono ancora anche se lo Statuto dei Lavoratori (roba del ‘900) nell’articolo 17 proibisce ai datori di lavoro e alle loro associazioni di costituire e finanziare associazioni sindacali dei lavoratori. Le associazioni sindacali, inoltre, devono essere organizzate in base a regolare statuto secondo criteri democratici e trasparenti, hanno titolo a sottoscrivere i contratti nazionali e prevedono il versamento di una quota di iscrizione. Per chiarire che il problema non è di un compagno che è stato offeso anche per il colore pelle (a cui va sicuramente la mia solidarietà) ma dei diritti, della rappresentanza e della democrazia in questo Paese. Non a caso la Cgil nella Carta dei Diritti ha proposto l’applicazione dell’art. 39 della Costituzione. Lo so, anche questa roba del ‘900, quel secolo che ha rappresentato l’emancipazione, attraverso l’affermazione dei diritti del lavoro, dei diritti sociali e di cittadinanza, di milioni di cittadine e cittadini dalla loro condizione. Compresa l’emancipazione da quella miserrima modalità di sfruttamento del lavoro che si chiama cottimo.

Talem Parigi condivide e rilancia:

È esattamente questo è il punto: la questione è politica, il resto sono lavoratori che sono stati indottrinati dalle aziende e un po’ ignoranti (forse per responsabilità anche nostre in quanto il nostro ruolo è soprattutto quello di organizzare i lavoratori) proprio grazie al fatto che non vi è democrazia all’interno del nostro settore, non vi è la possibilità di contarci, di votare i nostri rappresentanti, l’assenza di diritti sindacali, ecc. Ci tengo a ringraziare veramente tutti per la solidarietà, ma invito anche a guardare la vera questione che è l’assenza di democrazia nel nostro settore, cosa che a qualunque cittadino di uno stato democratico dovrebbe far paura, molto paura e contro cui bisogna prendere una posizione molto forte!
Se le aziende vogliono rispondere lo facciano concretamente, diano i diritti sindacali (di assemblea retribuita, elezione rappresentanti, confronti costanti tra rappresentanti dei lavoratori e rappresentanti delle aziende, ecc.) non ha alcun costo e permetterebbe a loro di dimostrare che tengono alla democrazia altrimenti ogni altra dichiarazione, io la interpreterò come delle chiacchere al vento!”

Ma come? – Si dirà. I rider non hanno ottenuto maggiori tutele grazie a una legge ad hoc? Sì, ce lo ricorda la segretaria generale del Nidil Cgil fiorentino Ilaria Lani:

Ed è positiva, ma piena di incertezze applicative e con tempi biblici di applicazione. Un accordo con le piattaforme potrebbe fare chiarezza sulla regolamentazione del sistema. Ma le piattaforme ancora sfuggono da ogni tipo di confronto, con i sindacati, le istituzioni, i media. E come dimostrato da Report sono arrivate ad istruire un sindacato di comodo con il ricatto di interrompere il business. Un business che si fonda sulla conquista di quote di mercato e di dati che in futuro serviranno ad alimentare il nuovo settore della ristorazione a domicilio. Tutto questo si regge oggi sullo sfruttamento dei fattorini: giovani, espulsi dal lavoro e immigrati. Un nuovo modello di sfruttamento che rischia di estendersi. La trasmissione di Report dimostra bene tutto questo. E ci dice anche che la Cgil insieme alle sue categorie è in campo, con bravi delegati sindacali del Nidil e grazie alla preziosa collaborazione con le union riders autonome. Adesso è il momento di avere coraggio e andare fino in fondo. Un po’ di strumenti li abbiamo non diamo tregua alle piattaforme e andiamo a conquistare un accordo sindacale che metta fine a questo sfruttamento.

Il futuro, dunque, è pieno di incognite. Ma non solo per i rider. La gig economy, per ora, fa da modello. Ed è per questo che la lotta dei ciclofattorini e dei lavoratori digitali oggi è la lotta di tutti.

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