30 anni dopo Berlino, decine di muri della vergogna… Possiamo batterli, ancora e per sempre

Era il 9 novembre di 30 anni fa. La barriera fisica che aveva diviso una città, una nazione e un continente intero, che aveva tirato una linea di ferro e cemento tra due visioni del mondo contrapposte – comunismo e capitalismo – crollava. Era ormai sera quando dal governo dell’allora Repubblica Democratica tedesca, la Ddr, arrivò il via libera: il muro poteva essere oltrepassato. Bastarono quelle parole pronunciate dal portavoce dell’esecutivo e migliaia di cittadini della Germania dell’Est accorsero, le sbarre della frontiera alzate al Checkpoint Charlie, nessuno più a sparare alle spalle di chi tentava di scavalcare. Furono soprattutto i giovani a muoversi, furono loro a tirarlo letteralmente giù quel muro, pezzo dopo pezzo. Quel poco che ne rimase eletto a futura memoria di ciò che non avrebbe dovuto essere più.

E invece oggi nel mondo il muro che divide popoli e cittadini è diventato un refrain per la generazione che in questo trentennale si affaccia all’età adulta.

LI chiamano i muri della vergogna. Il presidente statunitense Donald Trump ha fatto un vanto di quello che ormai dal 1994 viene edificato, blindato, fortificato e sorvegliato al confine con il Messico. Nella Striscia di Gaza sono riusciti a costruirne uno sotterraneo per evitare il passaggio dei Palestinesi. L’Ungheria di Viktor Orban ha fatto del filo spinato e del metallo il simbolo della sua ostilità ai migranti, 3 metri e mezzo di altezza per 175 chilometri al confine con la Serbia con la promessa di fare la stessa cosa lungo la frontiera croata.

A contarli i muri in questo trentennale non bastano due mani. Sono ovunque: tra Spagna e Marocco, tra Kuwait e Iraq, tra Botwsana e Zimbabwe, tra India e Bangladesh. Muri nuovi, muri vecchi come a Cipro o in Irlanda. Persino in Italia esiste un muro. E’ in via Anelli a Padova e venne eretto nell’agosto del 2006 dalla giunta dell’allora sindaco Zanonato, per ragioni di ordine pubblico – si giustificò il primo cittadino – ma di fatto innalzando lamiere di tre metri tra la città e uno dei suoi quartieri più degradati.

Muri della vergogna. Fisici. Base per altezza. Toccherà ai giovani di oggi tirarli giù proprio come avvenne quella notte di trent’anni fa a Berlino.

Ma si tratta di barriere che, come in quei 28 anni che divisero l’Est dall’Ovest, ne nascondono altre immateriali: separano il ricco dal povero, il nativo dal migrante, il cittadino dallo straniero, l’io dal noi, il noi dal voi; dividono chi ha un lavoro da chi non lo ha, chi può restare nella sua terra da chi ne fugge; chi vive nella pace e chi subisce la guerra.

Ogni muro, tutti i muri sono – a modo loro – “strisce della morte” come fu a Berlino.

Ecco oggi va celebrata la lezione che arrivò in una notte di novembre da quelle migliaia di ragazzi che il muro lo fecero a pezzi. Vanno ricordati quei tanti che il muro lo combatterono con tutte le forze e non riuscirono mai a superarlo. Va ricordato Peter Fechter, giovanissimo muratore, che un anno dopo la costruzione del muro di Berlino, lui che di anni ne aveva solo diciotto, tentò con un amico di scavalcare quella barriera insormontabile. Gli spararono al bacino, cadde e rimase lì a terra, in vista mentre moriva e chiedeva aiuto, senza che nessuno per un’ora e più potesse intervenire.

E la vergogna era dall’altra parte – cantava David Bowie con le spalle appoggiate a Ovest di quella parete, nella Berlino del 1987 – Oh possiamo batterli, ancora e per sempre. Allora potremmo essere Eroi, anche solo per un giorno.

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