Lula libero, Marielle vive. Oggi il Brasile ci ha dimostrato che, anche nell’assalto più feroce, il popolo resiste

Sono stati 580 lunghissimi giorni. Di carcere, dolore e sofferenza. 580 giorni in cui tutti hanno perso qualcosa: il presidente operaio ha perso la libertà, gli affetti, il Brasile l’opportunità di imboccare una strada diversa da quella populista, liberista, misogina e fascista di un leader come Jair Bolsonaro.

E oggi trema Bolsonaro mentre una folla festante riabbraccia Lula, quel metalmeccanico che ha iniziato lavorando alle presse di una fabbrica automobilistica che i vent’anni non li aveva nemmeno. Tutte le ombre della scalata al potere dell’attuale presidente si affollano come nuvole sulla sua testa.

Era Luiz Inácio Lula da Silva il favorito nelle elezioni di un anno fa. Almeno fino a che un giudice, Sérgio Moro, decise di fare tutto quanto era in suo potere e anche di più per fermarlo. L’inchiesta Lava Jato – letteralmente autolavaggio – è servita così a tenere in prigione un uomo innocente fino a prova contraria. Non solo: a impedirgli di partecipare alle elezioni e così anche di vincerle. Sergio Moro è stato poi prontamente ripagato con la poltrona di ministro della giustizia.

Nel frattempo il Brasile è piombato nell’oscurità di una politica nera, arsa da omicidi, femminicidi e letteralmente dai roghi dell’Amazzonia. “Roba mia” l’ha definita Bolsonaro mentre gli attivisti indigeni uno a uno vengono assassinati da non si sa quale mano solo perché vogliono difendere la loro terra dall’assalto delle multinazionali.

Oggi è festa In Brasile e nel mondo intero. E’ festa perché è stato ripristinato lo stato di diritto. Perché un altro giudice ha riconosciuto che sì, non possono esistere condanna né prigione senza prove. Perché la democrazia ferita, sotto attacco, vulnerabile ha dimostrato che può resistere anche all’assalto più feroce.

E così mentre Lula esce dai cancelli del carcere di Curitiba dove in questi mesi in tanti sono andati a trovarlo da ogni parte del pianeta, e tanti tantissimi anche dalla nostra Italia, la mente corre a Marielle.

Se Lula è libero, oggi più di ieri Marielle Franco vive. Lei, punita da mani armate che le indagini scoprono di giorno in giorno più vicine all’attuale presidente Bolsonaro. Lei, assassinata il 14 marzo del 2018, poche settimane prima che Lula finisse in carcere, freddata in un agguato perché troppo donna, troppo lesbica, troppo a sinistra, troppo pronta a difendere i diritti degli ultimi.

Una consigliera comunale e un ex presidente. Una uccisa, uno ingiustamente imprigionato. Lei del Partito Socialismo e Libertà, lui del Partito dei Lavoratori. Fino a oggi il Brasile di Jair Bolsonaro è stato questo. Da questa sera il futuro promette di scrivere un’altra storia.

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