Liliana Segre sotto scorta. È vero: non ce la meritiamo proprio.

Le parole che il figlio della senatrice sopravvissuta ad Auschwitz aveva affidato al Corriere della Sera solo qualche giorno fa, oggi rimbombano. Ha ragione Alberto Belli Paci: l’Italia non merita sua madre, non merita Liliana Segre, la sua onestà intellettuale, il suo rigore morale, il suo senso dello Stato e della democrazia.

Con 200 minacce e insulti ricevuti via web ogni giorno e dopo l’ennesimo striscione esposto dai neofascisti di Forza Nuova a Milano, il prefetto Renato Saccone ha deciso che serve una scorta, perché l’odio che circola in rete circola allo stesso modo nelle vene e nelle strade di un Paese immiserito: da oggi Liliana Segre è sotto la tutela di due carabinieri che la accompagneranno nei suoi spostamenti.

Il paradosso è che tutto questo avviene dopo l’istituzione di una commissione che porta il suo nome, una commissione per contrastare l’intolleranza, il razzismo, l’antisemitismo e l’istigazione all’odio e alla violenza, sulla quale una parte dell’arco parlamentare ha dimostrato, ancora una volta, – seppure ce ne fosse stato il bisogno – la sua natura più bieca e profonda.

Liliana Segre era appena adolescente quando è stata confinata nel campo di concentramento di Auschwitz. Le pagine del suo diario sono una testimonianza dolorosa della Shoah e il suo racconto – condiviso negli anni soprattutto con i giovani, con gli studenti e le studentesse – dovrebbe essere fondamento della nostra comune identità. E invece lei è a rischio, di nuovo. E solo per aver cercato di proteggere presente e futuro di questa nostra umanità dai crimini del passato.

Oggi magistratura e forze dell’ordine hanno il compito di tutelare la sua sicurezza e indagare sui reati commessi. Ma anche i cittadini e le cittadine hanno un obbligo: non rimanere indifferenti, proteggerla ciascuno nel proprio piccolo, smascherare i “mandanti” politici di questo nuovo Male.

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