“Mi disturberebbe vivere in un posto in cui una ragazza com’ero io quando sono arrivata qui non sappia che a casa mia può sentirsi a casa”. Il gesto rivoluzionario di una donna è la prova che populisti e neoliberisti non vinceranno.

Bruxelles è un crocevia meraviglioso di storie, vite e culture, in cui nell’arco di ventiquattr’ore è possibile imbattersi nelle persone più diverse.

E’ quel luogo in cui un giorno, a pranzo, come vicina di tavolo al bar ti può capitare una giovane lavoratrice europea – sì, sì, come te, ma quanti anni abbia e da dove venga poco importa. E può succedere che, conversando con i colleghi, la ragazza a un tratto esclami:

Oh god, I love free market! I mean, I truly believe in it. In fact, I believe in free market more than I believe in people”. (Oddio, io amo il libero mercato! Voglio dire, io ci credo veramente. In effetti, credo più nel libero mercato che nelle persone.)

Chiosa raggiante, la ragazza, probabilmente aspettandosi una reazione di inevitabile assenso tra i presenti. Poiché tuttavia nessuno di questi ultimi dà segno di voler intervenire, continua:

I mean, unrestricted competition, why shouldn’t it be the fairest system possible? (Voglio dire: competitività senza limiti, perché non dovrebbe essere il sistema più giusto possibile?) With people also should be like that: you can, or you cannot. In the labour market, for example, or with all these refugees: you prove yourself worthy, or not. (Anche con le persone dovrebbe essere così: puoi o non puoi. Nel mercato del lavoro, per esempio, con tutti questi rifugiati: o dimostrano di essere validi oppure no.) I mean, everyone should be judged on their value, on their merit, on what they can or cannot do. Those who can add a value to the system, good. Otherwise, what would you do? Of course the system will leave them behind. It’s just like that…it’s fair”. (Intendo dire, ognuno dovrebbe essere giudicato in base al proprio valore, al proprio merito, a quello che può o non può fare. Quelli che aggiungono valore al sistema, bene. Altrimenti, che faresti? Ovviamente, il sistema li lascerà indietro. È semplicemente così… È giusto.”

Capita allora che, ascoltata questa storia, tu rinunci al caffè e lasci il tuo tavolo un po’ prima del previsto per farti una breve passeggiata nel sole. Sorridi. Pensi a un altro incontro, avvenuto solo qualche ora prima.

Perché Bruxelles è anche quel luogo in cui rientrando a casa, la sera, ti può capitare che vicino a te sull’autobus si sieda una signora, stavolta meno giovane e “meno europea” – ma, ancora una volta, quanti anni abbia e da dove venga poco importa. E capita che, visibilmente stanca morta e carica di borse che non sa più dove appoggiare, la signora si lasci andare ad un sospiro – non sai bene se di stanchezza o di sollievo. Allora provi a chiederle, accennando un sorriso: “Lunga giornata?”. Lei ti sorride di rimando e invece di mandarti al diavolo te la racconta, la sua giornata: decisamente, parecchio più lunga delle tue ultime due messe insieme. Forse, pure delle ultime tre. La signora scende alla tua stessa fermata, avete scoperto di essere vicine: prendi un paio delle sue borse e continuate a chiacchierare, passeggiando verso casa. E mentre ancora non ha finito di raccontarti di tutti i più disparati lavori che svolge e che ha svolto nell’arco di una vita, quella signora ti invita a fermarti a cena. Ti invita così, come se fosse la cosa più naturale del mondo e come se vi conosceste da una vita. Quando ringrazi e rifiuti gentilmente, dicendole che non c’è bisogno che si disturbi, lei, semplicemente, facendoti l’occhiolino ti chiede: “Devi mangiare, no?”. E aggiunge: “Tu sei straniera, vero?”. Rispondi di sì. “Ecco” dice, “quello che mi disturberebbe è vivere in un posto in cui una ragazza com’ero io quando sono arrivata qui non sappia che a casa mia può sentirsi a casa, se le fa piacere”.

Ecco, dicevo, io credo che la possibilità di vivere in una città, in un mondo, che permetta di fare questo genere di incontri sia meraviglioso. Entrambi, questi incontri. Non perché mi confermino la storia che “il mondo è bello perché è vario”: personalmente, non sono mai stata particolarmente incline o capace di vedere la “bellezza” in chi crede che gli esseri umani vadano classificati secondo il “valore” o i “meriti” che hanno, altrimenti è giusto che vengano lasciati fuori. Ma questo è senz’altro un limite mio.

Se mai, mi riconfermano ancora una volta quanto sia forte e travolgente la bellezza di chi, pure stanco e stravolto, apre la propria porta al vicino, chiunque sia, sia pure uno sconosciuto, che ne conosca i “meriti” e le origini o meno, semplicemente perché non vuol vivere in un mondo in cui a qualcuno possa succedere di non sentirsi a casa. Sarà di nuovo un limite mio: ma con questa bellezza mi sembra proprio che non ci sia gara.

L’autrice di questo articolo è Alessandra Giannessi, Associazione Itaca

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