L’ordinaria follia dei tirocini formativi che non formano. E la storia straordinaria di Nastasia che si è ribellata e ha vinto

E’ proprio una piccola storia di “ordinaria” follia! Ed è la storia di Nastasia. Lei è una ragazza di venticinque anni che ottiene un tirocinio formativo presso una nota catena di punti vendita. E’ la metà di novembre di un anno fa, il tirocinio dovrebbe durare almeno sei mesi. Invece si interrompe bruscamente il 31 dicembre. “Alla fine di un turno, senza alcun preavviso o motivo valido – racconta Nastasia che ha avuto il coraggio di denunciare – mi fu detto che non ero idonea alla mansione.”

Il benservito arriva – guarda un po’ le coincidenze – non appena terminato il picco degli acquisti natalizi. Per un mese e mezzo Nastasia aveva seguito gli stessi orari dei dipendenti, i loro stessi turni: 40 ore e un giorno libero a settimana. Gli altri, però, avevano uno stipendio e diritti come ferie o malattie. Lei no: sulla carta si stava formando e, quindi, bastava un rimborso spese. Ma quale formazione finisce con mesi di anticipo e un giudizio di inidoneità?

Nastasia non ci sta, ci mette tutto il coraggio che ci vuole quando il mercato del lavoro ti lascia solo e si rivolge al sindacato. Interviene il Nidil Cgil di Macerata insieme alla confederazione e ne nasce un caso che attiva l’Ispettorato del lavoro.

Alla fine viene smascherato il sistema: utilizzare tirocini formativi fasulli al posto di regolari rapporti di lavoro dipendente. I presunti tirocinanti avevano la mansione di addetti alle vendite e svolgevano spesso la loro attività gestendo la cassa e amministrando e chiudendo i negozi da soli, senza l’assistenza di alcun tutor. Quale sarebbe stato l’obiettivo formativo?

“Mi sono candidata a questo annuncio letto su internet e inserito da un’agenzia interinale della zona – ricorda ancora Nastasia – e sono stata scelta. Solo che una volta giunta al negozio ho percepito subito che c’era qualcosa che non andava. Quello che era scritto nel contratto fatto dall’agenzia non combaciava con quello che poi effettivamente facevo. Non ero neppure sempre affiancata dal tutor.”

Alla fine l’ispettorato del lavoro le dà ragione. E la battaglia (vinta) da Nastasia diventa anche quella della tirocinante che l’ha sostituita: l’azienda ne ha infatti dovuto riqualificare il contratto riconoscendole il lavoro subordinato. Insomma di educativo in quei tirocini non c’era proprio nulla.

Qualche numero: solo nelle Marche nel 2018 sono stati avviati oltre 11mila tirocini, nello stesso anno i contratti a tempo indeterminato sono stati 22mila. Aboliti i voucher, il numero dei tirocinanti è aumentato esponenzialmente soprattutto nei mesi estivi nel settore turistico e in concomitanza con le festività nel settore commerciale. Chissà mai poi perché le aziende “formano” ma non trasformano: per esempio nel settore ristorazione e turismo solo 11 lavoratori su 100 vengono assunti. Questa è la storia di ordinaria follia.

Ma questa è anche una storia straordinaria perché all’interno dell’odierno sistema-lavoro le affermazioni “meglio questo che niente”, “meglio un tirocinio fittizio che niente” sono diventate quasi dogmi, convinzioni insuperabili soprattutto fra i giovani, gli inoccupati, i disoccupati, le fasce più deboli. E così i tirocini formativi, che pure nelle zone del maceratese sono molto usati e abusati, producono situazioni, in cui la linea fra regolamentazione e sfruttamento è talmente sottile da divenire quasi sempre impercettibile.

Invece quello che è appena accaduto, anche grazie al coraggio di Nastasia, è stato ripristinare un confine: dove il lavoro ha un suo “normale” inquadramento, la retribuzione da lavoro dipendente e contribuzione da lavoro dipendente coincidono a quelle di un lavoro dipendente a tutti gli effetti, e non a quelle (se poi ci sono) di un falso percorso di formazione che tutto è meno che formazione e orientamento.

La storia straordinaria di Nastasia diventa così anche un invito a ribellarsi allo sfruttamento legalizzato che si nutre della immortale e, sempre più diffusa, acquiescenza di chi è più debole, solo e desideroso di trovare un lavoro che sia un vero lavoro!

L’autrice di questo articolo è Loredana Guerrieri, Nidil Cgil Macerata

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