Italia-Libia: quel patto con il diavolo va fatto saltare o peserà sulle coscienze di tutti

Tra 72 ore il patto con il diavolo verrà rinnovato per altri tre anni, in automatico. Poco importa se sull’altra sponda del Mediterraneo quelli che il memorandum Italia-Libia indica come centri di accoglienza siano dei lager, dei campi di concentramento dove le persone vengono torturate, le donne violentate, i bambini nascono prigionieri. E’ rimasto poco tempo per evitare che il nostro Paese continui a pagare la Libia per fare il lavoro sporco tenendo lontano dalle coste chi cerca una speranza in Europa e, allo stesso tempo, collaborando alla guerra contro navi umanitarie e organizzazioni non governative.

L’ultima provocazione? Per salvare vite le ong dovranno chiedere il permesso alla guardia costiera guidata dal criminale Bija, il trafficante di esseri umani sul quale pende un mandato di cattura ma che è stato nominato di nuovo ai vertici di quelli che in teoria dovrebbero essere “i soccorritori”.

Per chi è rimasto umano sono sufficienti le immagini che in questi mesi sono arrivate dalla Libia grazie al lavoro di giornalisti coraggiosi come Nello Scavo di Avvenire, finito sotto scorta nei giorni scorsi propri per aver svelato le trattative dello Stato italiano con Bija. O come Francesca Mannocchi che nei centri di detenzione libici è entrata e ha parlato con le donne, i bambini, i ragazzi, gli uomini filmandone le atroci sofferenze.

Bastano i racconti che chi si è salvato ha affidato ai volontari delle navi umanitarie. Basta la gamba maciullata di uno dei ragazzi soccorsi dalla Ocean Viking e oggi sbarcati a Pozzallo. Bastano gli occhi di una giovane ivoriana che ha provato più volte a raggiungere le nostre coste e nei vari tentativi ha assistito all’annegamento di due bambini e delle loro madri. Bastano le cicatrici sulle schiene, sulle pance, sui volti. Basterebbero quei corpi che giacciono in fondo al nostro Mare come la mamma e il neonato trovati stretti in un ultimo inseparabile abbraccio, a poche miglia da Lampedusa, a metà ottobre.

“L’orrore dei lager in cui vengono rinchiusi i migranti intercettati è stato ormai ampiamente documentato. – si legge in una nota diffusa dal Tavolo asilo composto da 26 realtà che si occupano a vario titolo di immigrazione e che oggi lanciano insieme un appello al governo di Giuseppe Conte affinché non rinnovi gli accordi con la Libia -Torture, violenze, stupri e altre vessazioni sono finalizzate a calpestarne i diritti e la dignità di esseri umani. Tutto ciò, unito alla guerra alle ong che fanno salvataggi in mare, ha comportato un aumento esponenziale di morti nel Mediterraneo centrale, che ormai è diventata la rotta più pericolosa per i migranti in fuga.”

Cambiare significa chiudere un altro capitolo vergognoso della nostra storia recente. A quelli che in queste ore si accaniscono sui social, provando a nascondere istinti razzisti e xenofobi dietro parole d’ordine come “non possiamo accoglierli tutti”, “ci costano troppo”, e un simile prontuario di frasi fatte va ricordato pure che il Memorandum del 2017 è costato ai governi italiani oltre 150 milioni di euro destinati ai centri e alla guardia costiera libica: 43,5 milioni di euro nel 2017, 51 milioni nel 2018, oltre 56 milioni nel 2019.

Un ultimo numero pure va ricordato. In Libia ci sono 5mila prigionieri. Cosa faremmo se fossero 5mila prigionieri bianchi? Se fossero i nostri compagni, fratelli, figli, le nostre moglie, madri, sorelle? Pagheremmo gli aguzzini o faremmo di tutto per salvarli?

Ecco, salviamoli: facciamo saltare quel maledetto patto con il diavolo.

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