Pensavo fosse editoria invece era un calesse. Il lavoro culturale è una chimera: sporco, povero e precario

L’articolo-denuncia di Silvia Gola, lavoratrice del settore. L’autrice consiglia di accompagnare la lettura con l’ascolto di Banda Bassotti – Giunti tubi palanche ska … “E chi crumiro sarà…”

Passato

Se l’antropologo David Graeber mi avesse chiesto nel 2017 che lavoro facessi da neolaureata avrei risposto col titolo del suo libro: a bullshit job, uno di quei lavori che a fine giornata ti rendono più stupida e più infelice, un lavoro di cui nessuno sentirebbe la mancanza se non ci fosse. Tu che lo fai, meno di tutti gli altri.
Lavoravo con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, e le mie mansioni consistevano in distribuzione audio-guide e servizio guardaroba in un noto museo di una città del Nord Italia. Ah sì, per 5,23 euro l’ora.
Ero sicura che il monte-ore in cui mi vedevo costretta a starmene buona nel gabbiotto, un giorno avrebbe portato a un vero riscatto: tutto mi pareva simbolico, dalla maleducazione degli utenti museali all’impossibilità di fare pipì per 5 ore di fila.
Tutto acquisiva un rilievo nell’ottica di un fantomatico riscatto che non è mai avvenuto, ma gli estremi c’erano: un lavoro del cazzo lo si svolge per accompagnare gli studi universitari, per pagarsi i vizi, per pensare che un giorno lo racconterai con un sorriso ironico.
Il bullshit job non pone problemi esistenziali: è un lavoro oggettivamente brutto ma accompagna e scandisce alcune fasi della vita adulta, e spesso coinvolge la mera fatica fisica. Lo fai per i soldi e sai che fa schifo, ma ingoi il rospo.

Dopo mesi di questo lavoro pagato male e inutile, vedo arrivare la possibilità di un lavoro da ufficio. Passo ore a escogitare frasi accattivanti e testi iperbrevi per star dietro alla molto bassa attenzione media dell’utente social e torno a casa ogni giorno ossessionata dall’idea che con questo lavoro contribuisco a rendere il mondo un posto un po’ peggiore: marketing, social media e pubblicità non fanno che accrescere il rumore, il brusio imperdonabile di questa Babele delle informazioni e degli stimoli.

Da qui, due strade possibili: impegnarsi e resistere all’evidenza del proprio lavoro senza scopo e senza effetti reali, o ingegnarsi nel far incontrare vocazione e fattibilità.
In questo senso, l’editoria sembrava rappresentare il perfetto punto d’incontro tra un lavoro creativo (da cui deriverebbero maggiori dubbi, perplessità, altalene finanziarie) e il lavoro automatizzato.

Presente

La prima soglia di accesso è sempre quella in cui ti ripetono: “Mostratevi disponibili anche oltre l’orario di lavoro e dateci dentro, perché con questo otterrete il proseguimento della collaborazione. È un ambiente che non perdona, dove tutti vogliono lavorare, quindi siate sempre pronti”.

Il labour of love viene così definito dal Cambridge Dictionary: “a piece of hard work that you do because you enjoy it and not because you will receive money or praise for it, or because you need to do it”.
In altre patole, il labour of love è l’insieme di tutte quelle professioni trasfigurate in missione, vocazione, passione, professioni lontane dall’essere recepite come vero e proprio lavoro, nelle quali non ci si pone troppo il problema dei soldi: l’editoria non fa eccezione.
Certo, non è l’unico settore per cui questo ragionamento vale (si considerino ad esempio i mondi sommersi del giornalismo culturale, della critica letteraria, etc.); al contrario, uno degli inconvenienti analitici è proprio che il cosiddetto precariato cognitivo è estremamente frammentato negli statuti professionali e nei contesti lavorativi, ed è difficile inquadrarli tutti in maniera esaustiva e cogente allo stesso modo.

E allora, chi è colui o colei che svolge il labour of love, e cioè il lavoro vocazionale?
Il lavoratore culturale, meno interessato a stabilità e compensi, è colui o colei che acquisisce riconoscimento e validazione sociali sia dal basso (altri lavoratori) che dall’alto (datori di lavoro). Il lavoratore culturale appartiene, nel peggior scenario, al ceto medio impoverito. Nei migliori casi, è ricco di famiglia.
In secondo luogo, il lavoratore culturale spesso è inquadrato da un lavoro povero – remunerazione insufficiente per essere considerato sopra la soglia di povertà – e “grigio”, ovvero lavoro parzialmente irregolare negli istituti contrattuali: finti co.co.co e co.co.pro, finte partite IVA, e così via.

In questo senso, l’editoria non solo è un contesto difficile e precario all’inizio, ma continua a essere difficile e precario all’infinito, in una spirale che manda al macero (molto spesso) ogni sogno di “inizio dal basso” e ogni legittima speranza di avanzamento di carriera. Sistematicamente viene appaltata quanta più fatica possibile ai volontari, agli stagisti malpagati, ai traduttori improvvisati, ai redattori gratuiti: tutti prestatori d’opera e di lavoro nel gran Sabba del precariato della conoscenza.

L’editoria è uno sporco lavoro (malpagato, faticoso, pieno di vicoli ciechi) ma qualcuno deve pur farlo. E qui il “deve” non indica la necessità materiale imposta dal bisogno di arrivare a fine mese (che può essere la motivazione per i bullshit jobs) ma sottolinea l’investitura di carattere morale che giustifica le scelte di tutti quelli che per una correzione bozze si sacrificano sull’altare del precariato eterno.
Lavorare in una casa editrice vuol dire sapere allo stesso tempo che le condizioni sono pessime e le speranze risicate, e tuttavia credere che si stia facendo il bene della società e che questo sia un piacere bastevole a se stesso.

Per tutti questi motivi la falla è strutturale: l’industria editoriale è un monstrum, una Chimera dalla natura duplice.
In questa ambivalenza si trova – a mio avviso – l’innesco del precariato editoriale: come le normali aziende, la casa editrice dovrebbe generare profitti grazie a investimenti, progettualità e profitti (la testa di leone davanti). Tuttavia sembra essere più conveniente basarsi su un intenso contenimento delle spese – pagando poco gli impiegati e i collaboratori – sfruttando la buona volontà di chi antepone la parola ‘aspirazione’ alla parola ‘lavoro’ e si mette nella disponibilità di svolgere prestazioni pagate molto poco o per niente (la coda di serpente dietro).

I lavoratori culturali sono oscuramente convinti che tutti i sacrifici, le ore extra, gli articoli in più, le mansioni last minute la sera tardi, tutta questa eccedenza gratuita – rispetto alla miseria che si guadagna – li giustifichi davanti al mondo, e che questo volontariato verso la società, la cultura e, non da ultimo, il proprio ego, li ripagherà.

Futuro

Cosa ci manca, al netto della consapevolezza che le cose stanno proprio così?
Forse un po’ di realismo empatico e non enfatico; e la capacità di mettere in discussione la nostra posizione dentro gli assetti della società così come la conosciamo.
Termino con la stessa domanda di un articolo apparso su “Rivista Studio”, “Il problema dei lavori che ci piacciono”: “Ma tutti gli altri, quelli che di soldi hanno bisogno, che alle primissime armi non sono più, ma che continuano ad accettare (anche) lavori non retribuiti, magari affiancandoli a un secondo impiego pagato, a loro chi è che glielo fa fare? […]”.
Ad oggi non sono ancora in grado di dare una risposta.

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