Un pugno al razzismo, un calcio alla guerra. Città del Messico chiama Istanbul.

16 ottobre 1968. Olimpiadi di Città del Messico. I velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Smith con un nuovo record del mondo. Carlos, 30 secondi più tardi, dietro l’australiano Peter Norman. Saliti sul podio per la premiazione, si voltarono verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e, appena iniziò a suonare l’inno, abbassarono la testa e alzarono il pugno chiuso con un guanto nero. Avevano un sogno. Dietro ai loro pugni guantati c’era la battaglia per i diritti civili e per l’uguaglianza. Nel 1965 c’era stata la marcia di Selma, sei mesi prima era stato assassinato Martin Luther King e, a giugno di quello stesso anno, anche Bob Kennedy era stato ucciso. Erano gli anni della guerra in Vietnam.

Tommie Smith e John Carlos nel 2015

Ottobre 2019. Amburgo, Germania. Nello stadio del St. Pauli campeggia la scritta: “Kein mensch ist illegal” ovvero “Nessun essere umano è illegale”. La squadra di calcio che lo abita è un equipaggio di pirati. Jolly Roger è più che il loro simbolo. È il loro modo di essere. Quel gruppo è l’anima sportiva di un quartiere proletario e operaio, libero come sono liberi i portuali. Una storia di solidarietà che si intreccia con le rivendicazioni del sindacato e con quelle di un’intera comunità. Pronti a scendere in strada per il Gay Pride, pronti ad aprire i cancelli per far dormire i rifugiati arrivati in città in quel loro spazio accogliente. Il 14 ottobre il St.Pauli manda a casa il giocatore turco Sahin Cenk che aveva inneggiato alla guerra contro i curdi: “I principali motivi – spiegano dal St. Pauli – sono il ripetuto disprezzo dei valori del club. Non può essere in discussione il fatto di rifiutare ogni atto di guerra”.

Il St.Pauli a favore dei salvataggi nel Mar Mediterraneo

Ottobre 2019, Stati Uniti. Enes Kanter è il cestista dei Boston Celtics. È turco ma non esita a dire che Erdogan è colpevole. Lo fa da ben prima dell’ultimo sanguinario attacco sferrato al popolo curdo in Siria. Lo fa così tanto e così bene che la repressione ha colpito da tempo la sua famiglia: in un tweet, e poi in una serie di interviste, racconta:  «Non vedo e non parlo con i miei genitori da cinque anni, hanno imprigionato mio padre, i miei fratelli non riescono a trovare lavoro. Il mio passaporto è revocato, è stato emesso un mandato di arresto internazionale, la mia famiglia non può lasciare il Paese. Ogni giorno ricevo minacce di morte. Sono attaccato, molestato. Hanno cercato di rapirmi in Indonesia. La libertà non è gratuita».

Enes Kanter, cestista del Boston Celtics

14 ottobre 2019. Sofia. Durante la partita Bulgaria – Inghilterra, cori razzisti e saluti romani vengono rivolti dagli spalti di casa contro il giocatore inglese Raheem Sterling. “Nessun rispetto” ostentano le maglie degli ultrà fascisti. I tifosi inglesi rispondono accompagnando i sei goal della vittoria così: “who put the ball in the racist net?” “chi ha infilato la palla nella rete razzista?”. Sterling, sicuro, due volte. La partita, come detto, finisce 6 a 0 per l’Inghilterra.

Raheem Sterling esulta dopo uno dei due goal segnati alla Bulgaria

Ottobre 2019. Ginevra.  L’Uefa apre un’indagine sul saluto militare dei giocatori della Turchia, nel corso delle due partite di qualificazione a Euro 2020 in casa con l’Albania e a Parigi contro la Francia. “Un comportamento di potenziale provocazione politica”. Gesto tra l’altro ripetuto anche negli stadi italiani da due calciatori turchi: lo juventino Demiral e il romanista Cengiz Under. A proposito di calcio italiano, proprio la A.S. Roma ha iniziato ad applicare il daspo ai tifosi che si macchiano di razzismo e discriminazioni, su questa scia si è mosso anche il Pescara Calcio.

30 maggio 2020. Finale di Champions League. È in programma a Istanbul ma molti, ovunque, tifosi e non, chiedono alla Federcalcio europea di spostare l’evento. Un messaggio di pace e solidarietà, un no alla guerra e alle politiche autoritarie e criminali del “sultano”. Gino Strada, fondatore di Emergency, lancia un’idea: anche se la finale dovesse restare alla Turchia, “mi piacerebbe che i finalisti si rifiutassero spontaneamente di giocare… spero che ci sia una squadra che va in finale e che il giorno prima dica: no, io qui non gioco.”

Oggi come 51 anni fa: viva lo sport con il pugno in alto e il guanto nero! Viva lo sport che tifa per la pace e i diritti umani!

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