Conoscenza e ricerca sono diventati lavori a cottimo, senza diritti, senza tutele. Riprendiamoci il futuro!

Lo chiamano lavoro “creativo”, quello basato sulla conoscenza, sulla ricerca e sullo sviluppo, ma di creativo ha solo l’assenza di tutele e diritti. Scrive Marina Mastropierro*

Ci definiscono la generazione dei “co-workers”, ma c’è ancora chi lavora in solitudine nelle proprie pareti domestiche senza riuscire a raggiungere e a comunicare col suo simile. Nuovi lavoratori a cottimo, chiamati a offrire delle prestazioni che hanno come oggetti dei beni immateriali, intangibili: quelli della conoscenza e della creatività.

Non è facile quantificare il fenomeno. Ma siamo pur certi che è molto diffuso e nasconde cifre da capogiro legate al lavoro nero e a situazioni di sfruttamento, di fragilità contrattuale e vuoto sindacale.

All’alba dell’importantissima assemblea nazionale che si terrà questo fine settimana a Roma organizzata dalla Flc-Cgil sul futuro dell’Università italiana e sul destino dei lavoratori legati al comparto della conoscenza (scuola, università e ricerca), mi preme fare luce su quell’universo di “prestatori occasionali”, di cui faccio parte da almeno una decina di anni, legati al settore della ricerca e della conoscenza. Per noi nessun diritto, nemmeno la possibilità di partecipare alla fondamentale vertenza proposta dalla Cgil “Teniamoci in contratto”, con la quale si chiede, impugnando una normativa europea, la stabilizzazione dei ricercatori precari che popolano il mondo delle Università ma che posseggono dei contratti di tipo “rtda” (ricercatore a tempo determinato di tipo a).

I prestatori occasionali hanno di solito curriculum anche molto interessanti, prestigiosi, “creativi” appunto, ma non la possibilità economica di potersi permettere una partita iva, dunque a metà strada tra i liberi professionisti e i lavoratori parasubordinati, senza identità, senza riferimenti giuridici e amministrativi in grado di poter cogliere le importanti e profonde sfumature di un mercato del lavoro sempre più complesso e diverso da ieri.

“Il mondo del lavoro industriale non è più paradigmatico del mondo del lavoro attuale”, dice il giovane e bravissimo Ministro per il Mezzogiorno e la coesione sociale Giuseppe Provenzano, e su questo sono assolutamente d’accordo. Come su molte altre proposte lanciate in quella giornata di apertura nella quale ribadisce la sua volontà di pensare a un nuovo piano di sviluppo che riattualizzi la questione industriale in una direzione che contempla settori strategici quali “ricerca e sviluppo”, creatività, nuove tecnologie, ambiente, conoscenza. Il lavoro è cambiato e non è più possibile restare fermi a guardare.

I prestatori occasionali si muovono in un limbo molto pericoloso di lavori appassionanti ma senza tutele: attività lavorative prestate spesso in mobilità, raggiungendo anche lunghe e medie distanze, senza uno straccio di copertura assicurativa per eventuali infortuni o incidenti sul lavoro. Questo l’aspetto più grave. E che dire dell’assenza di diritti legate alle cure sanitarie, all’accesso al credito, al futuro pensionistico, alla genitorialità, alle politiche familiari, quando presenti. Identità lavorative difficilissime da comporre, acrobati del quotidiano, sfiniti in un precariato logorante. Si parla tanto di morti sul lavoro, dall’inizio dell’anno più di 600, una tragedia, ma pochissimo o nulla sul tipo di patimenti, stress, malattie e infortuni anche psicologici di lavoratori a cui è negato ogni diritto all’esistenza, a una vita “in positivo”, dignitosa, costruttiva, solidale. Non si fa più esperienza dei legami sociali, nei dentro né fuori i luoghi di lavoro. Pertanto avanzo un’urgentissima proposta: in queste giornate di discussione sul futuro dei lavoratori della conoscenza in Italia, mettiamoci anche i “prestatori occasionali”. Riprendiamoci il Futuro.

*Marina Mastropierro è sociologa e autrice del libro “Che fine ha fatto il futuro? Giovani, politiche pubbliche, generazioni”, edizioni Ediesse, 2019

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