3 ottobre 2013: 368 migranti muoiono a largo di Lampedusa. Pietro Bartolo: non avevano più polpastrelli né unghie, li avevano consumati prima di soffocare.

Il 3 ottobre di sei anni fa, alle 3 e 30 della notte, un’imbarcazione carica di migranti, in maggioranza eritrei, affonda. Manca solo mezzo miglio a raggiungere le coste di Lampedusa. Eppure non ce la fanno. Le vittime accertate saranno 368, 20 dispersi, 155 sopravvissuti. Tra loro anche 11 bambini.

Pietro Bartolo è stato per trent’anni il direttore del poliambulatorio dell’isola siciliana. Per tutti è “il medico di Lampedusa”, ancora oggi che siede nel Parlamento europeo.

Quel 3 ottobre a lui toccò scendere nella stiva. Al buio. Lì vennero trovati i corpi: in una ghiacciaia per il pesce. I più giovani e più robusti erano finiti in quell’antro, la botola chiusa dall’esterno. Tante volte in questi sei anni Bartolo ha ricordato quell’atroce scoperta: «camminavo su cuscini, non capivo. Poi ho acceso la pila e sono scappato fuori, stavo calpestando i 368 morti». «Non avevano più polpastrelli né unghie, li avevano consumati prima di soffocare. Capii solo allora il pianto di quelli di sopra: erano i loro fratelli, le madri impotenti».

Bartolo il suo racconto lo ha affidato ai libri e all’impegno, alle serate estive trascorse a condividere la sua esperienza con i cittadini, a iniziative come quella tenuta un paio di giorni fa a Bruxelles, tributo alle vittime del Mediterraneo. Perché di una cosa è certo: quello che accade nel nostro mare, e ancora prima nelle prigioni libiche e nei deserti africani va detto e documentato. Così che nessuno possa sostenere che non è vero e che chi decide di voltarsi dall’altra parte sappia di farlo con la coscienza sporca.

«Come arrivano i migranti dalla Libia lo sappiamo solo noi», ripete Pietro Bartolo ogni volta che ne ha l’opportunità, «lì i neri non hanno lo status di esseri umani, le donne ancora meno. Se sono donne e nere potete immaginarlo». In genere accompagna le sue parole a foto e diapositive. Sono le prove del dolore inaccettabile con le cicatrici e i marchi lasciati sui corpi dagli aguzzini che addirittura si divertono a scuoiare i migranti neri fino a farli diventare bianchi. Troppe vite spezzate e segnate.

«Non è perché sono medico che non ho paura. – ha ammesso qualche tempo fa nel corso di un incontro a Lerici riportato dal quotidiano Avvenire – Io ho paura quando devo aprire quei sacchi. Ne ho lì venti, cinquanta, cento, e solo nel momento in cui li apro scopro chi troverò dentro… La mia paura peggiore è che ci sia un bambino. Non sono numeri, sono persone, le vedo in faccia. Il bambino con i pantaloncini rossi mio malgrado l’ho guardato negli occhi, non lo avessi mai fatto, l’ho scosso, volevo si svegliasse, ed oggi è il mio incubo»

A volte anche dagli incubi peggiori, però, ci si riesce a svegliare. Accadde proprio quel 3 ottobre, i corpi inerti adagiati sul molo Favaloro. Tutti morti tranne uno. «Nel gruppo di cadaveri ho sentito un battito nel cuore di una donna, impercettibile, pensavo di sbagliarmi. Ho fatto subito il massaggio cardiaco e l’ho inviata in elicottero all’ospedale di Palermo, ma aveva i polmoni pieni d’acqua, era un caso disperato, per quaranta giorni è rimasta in coma. Due anni fa me la sono trovata in aeroporto, veniva per ringraziare: era sposata, madre di due figli, una bella casa in Svezia, un lavoro. Non l’ho riconosciuta, io l’avevo vista morta…» Un’emozione fortissima.

Oggi ricorre la giornata della memoria e dell’accoglienza, istituita dal Parlamento nel 2016, per non dimenticare e per sensibilizzare – si disse. Ma poi le stragi sono diventata quotidiane, entrate nella normalità di una cronaca politica infarcita di odio, razzismo e xenofobia, capace di partorire le direttive dei porti chiusi e misure come i decreti sicurezza. Solo in queste ultime settimane si torna a ragionare. Ma la strada è lunga e si naviga in mare aperto e in acque incerte. La rotta deve essere una e una soltanto: « Bisogna dare un volto umano all’Europa, di cui l’Italia è stata tra i padri fondatori, costituendo principi irreversibili. Dobbiamo fare onore all’umanità.»  

Fai onore all’umanità e firma anche tu l’appello della Campagna Io accolgo che chiede l’abrogazione dei due decreti sicurezza e l’annullamento degli accordi con la Libia, oltre a una più complessiva revisione della legislazione sull’immigrazione

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