Che disdetta! Ma… grazie

Settembre 2019. Mi arriva il messaggio Whatsapp di un lavoratore iscritto con noi da maggio, aveva ricevuto una lettera di contestazione e fu tutelato dalla sottoscritta. Durante l’estate, un paio di questioni su cui mi chiese consiglio, un paio di domande sulla mutua a cui risposi. Apro il messaggio e leggo: “Ciao Viviana, riusciresti a mandarmi il modulo di disdetta della tessera per favore?” Decido di chiamarlo. Gli chiedo come mai, se fosse successo qualcosa, se per caso non si fosse sentito tutelato, difeso, se ci fossero dei problemi. Sapevo di aver risposto ad ogni sua domanda, sapevo che non potevano esserci motivazioni riguardanti la tutela individuale o collettiva e anche la sua risposta quindi non mi stupisce.

“Ma no, assolutamente, con te nessun problema, quando ho avuto bisogno mi hai aiutato, ci mancherebbe, non è una scelta dettata dal fatto che mi sono trovato male, anzi, tu sei stata sempre pronta, mi hai sempre risposto, ma….” Ed è a quel “ma” su cui decido di ribattere con decisione. È su quel “ma” che mi voglio soffermare. 

Ma… “ho valutato”… che per il motivo per cui mi sono iscritto… ho atteso anche apposta qualche mese… rispetto a quello che pago in busta paga… penso di aver dato il giusto contributo economico… penso di aver pagato abbastanza… ora non mi serve… poi semmai se dovessi avere di nuovo bisogno mi riscrivo da voi.”

È il sindacato considerato usa e getta, pagato a prestazione, come si paga un commercialista, un avvocato, un consulente del lavoro, ma al risparmio, quello che si dà per scontato, che si vive individualmente nel contenitore ristretto del proprio io, quello che “mi serve quando ho bisogno e ora non mi serve più”. Purtroppo non è l’unico a pensarla così. Purtroppo sono in tanti e sempre di più. In fondo questo è lo specchio del brutale individualismo che dilaga nel nostro tempo, che non mi rassegno ad accettare. Esplicitandogli, come premessa, che la libertà di dare una disdetta è sacrosanta, e quindi informandolo su come fare senza il “servizio a domicilio” che mi sembrava eccessivo, su quelle imbarazzanti ma chiare spiegazioni decido però di dirgli, educatamente, ciò che secondo me era necessario. Non ho mai pensato di fargli cambiare idea, lungi da me, nè ho avuto la presunzione di immaginare una presa di coscienza reale che potesse incidere sulla sua decisione o su una riflessione immediata. Ho pensato invece fosse doveroso e capirete facilmente perché. Quindi ho iniziato la mia filippica dicendo che se tutti gli iscritti alla Cgil, all’improvviso, facessero il suo stesso ragionamento, magari… nel caso avesse di nuovo bisogno… la Cgil potrebbe non esserci più. Gli ho detto che ci sono migliaia di persone che pagano la tessera da decenni a prescindere da quanto la “sfruttino”, da quanto possa servigli individualmente. Caso emblematico, che ho citato, quello dei pensionati, i quali certo non pagano la tessera perché hanno problemi sul lavoro. Gente iscritta alla Cgil da decenni, che permette a qualunque cittadino o cittadina di rivolgersi a noi a prescindere dell’iscrizione. Lavoratrici e lavoratori con part-time da fame che guadagnano 500 euro al mese e danno il loro piccolo ma prezioso contributo all’esistenza di un punto di riferimento che è per tutti, anche per chi fa il suo ragionamento o addirittira denigra, quando può, l’azione sindacale. Gli ho detto che il sindacato agisce a sua tutela anche quando non è apparentemente coinvolto lui con i suoi bisogni individuali, bisogni a cui deve dare risposta immediata. Che lo fa anche  attraverso la contrattazione collettiva, territoriale o aziendale che sia, ottenendo aumenti salariali, il mantenimento di diritti che troppo spesso si danno per scontati (e non lo sono affatto) e le nuove sfide che l’attuale mondo del lavoro ci mette davanti, nel tentativo costante di acquisirne di nuovi. Gli ho detto che quei diritti e quegli aumenti di stipendio sono per tutti, che li prende anche lui, grazie a chi paga la tessera a prescindere da quanto la utilizza. Insomma, appassionata, gli dico un sacco di cose in cui credo fermamente. Gli dico che, quando il suo nome farà parte dell’elenco dell’azienda uscente, nel prossimo cambio appalto, potrà stare tranquillo perché, grazie ai suoi colleghi iscritti, la tutela occupazionale e salariale durante il passaggio all’eventuale nuova azienda comprenderà ovviamente anche lui e tutti quelli che pensano di non aver bisogno del sindacato solo perché la “valutazione costi benefici” viene effettuata ragionando sulla parziale visione di se stessi e delle proprie necessità del momento e non sulla visione complessiva di sé e del contesto lavorativo in cui viviamo. Gli ho detto che, quindi, pensando anche solo ed esclusivamente ai “vantaggi” individuali, i suoi calcoli erano spuri. Basati su un algoritmo che sussiste solo nel caso in cui tutti gli altri non abbiano intenzione di fare il suo stesso calcolo, altrimenti l’evidenza di errore diventerebbe inconfutabile. 

Lui, serenamente, mi risponde che ho ragione, che lo capisce, ma. Belin, di nuovo un “ma” che questa volta mi stupisce. “Ma il mio è un ragionamento prettamente egoistico“.

Fantastico. Se lo dice da solo. Lo sa. Mi congratulo con lui, sinceramente e non in termini provocatori, per l’onestà con cui lo ammette, ma non per la serenità con cui lo affronta. Lo trovo agghiacciante, ma questo non glielo dico. Gli dico che non lo condivido a prescindere dal ruolo che ho, non lo condivido come iscritta alla Cgil. Poi capisco di aver parlato a vuoto per un quarto d’ora quando mi sento dire “comunque avessi di nuovo bisogno, se ti chiamo, spero che io mi possa di nuovo iscrivere da voi anche se ora sto dando disdetta.” Certo. Vai tranquillo. La nostra porta è aperta. Noi ci siamo per tutti. Puoi anche non iscriverti, se hai bisogno di un’informazione ci trovi. 

Grazie a tutti gli iscritti e le iscritte. Di cuore. A nome di tutte le persone che usano il sindacato come fosse un fazzoletto di carta da usare e poi buttare nel primo cestino quando è passato il raffreddore. A nome anche suo, nonostante non vi ringrazierebbe mai.

Viviana Correddu è una blogger e una sindacalista della Filcams Cgil Genova

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