RI-ambientiamoci: una tempesta sfida la vecchia economia

Alberi caduti, spezzati, piegati. Interi boschi devastati. Questo era lo scenario che la tempesta Vaia si lasciava dietro un anno fa. Da quel disastro ambientale possiamo ripensare il nostro modello di sviluppo? La risposta è: dobbiamo. “Il colpo lo abbiamo preso, che ci serva dunque almeno ad aprire gli occhi”. Scrive Sebastiano Grosselle*

Tra il 28 e il 30 Ottobre dell’anno scorso si è abbattuta sull’arco Alpino la ormai ben nota tempesta Vaia. Le conseguenze devastanti sul territorio sono state narrate nei minimi dettagli dai media nazionali, non fosse altro perché hanno, tra le altre cose, rappresentato una perfetta passerella per amministratori locali e rappresentanti del governo che non hanno tardato a farsi riprendere con addosso le uniformi del caso.

A partire dal nostro osservatorio, quello della Flai Cgil di Belluno, abbiamo cercato di portare una voce critica nella discussione generale circa la gestione dell’emergenza e, soprattutto, riguardo al post-Vaia, alla ricostruzione, ma, ahinoi, molto, praticamente tutto, è stato gestito in maniera completamente autonoma rispetto alle richieste e alle proposte dei soggetti del territorio in un’ottica poco condivisibile.

L’esempio più eclatante di una politica regionale che non ha saputo governare il processo in maniera positiva (pur in emergenza, nessuno lo nega) riguarda la questione dell’esbosco. È chiaro che, in un contesto di centinaia di miglia di ettari di foresta danneggiati, la prima preoccupazione sia stata quella di impostare l’opera di pulizia dei boschi, ma in quell’occasione si è rinunciato a svolgere un’opera di coordinamento dei vari soggetti proprietari del patrimonio danneggiato, puntando tutto, piuttosto, sulla definizione di tempistiche certe (e strette) al fine di evitare il deterioramento del legname e delle fasce di bosco rimaste in piedi.
Le due cose insieme, però, hanno di fatto generato una corsa alla (s)vendita con aste che, se non sono quasi mai andate deserte, hanno però praticamente sempre registrato un calo vertiginoso del prezzo della materia prima a tutto favore di agenti, spesso esteri, con conseguente fuga dal territorio di tutto il valore.
Inutile piangere sul latte versato, ma nemmeno coprirsi gli occhi su quanto è andato storto! Anche perché un bosco, come ben sa chi lo abita e ci lavora, non cresce in un battere di ciglia e per quanto in queste zone alpine il disboscamento sia l’ultimo dei problemi (anzi, si assiste sempre più ad un’invasione del bosco rispetto alle aree storicamente a pascolo o coltivate), la corretta gestione del patrimonio boschivo è, forse, la chiave per la risoluzione dei tanti problemi di chi vive in montagna.

Abitare queste terre alte, infatti, vuol dire per prima cosa avere il problema del lavoro.
In un contesto dove negli anni passati la proposta turistica si è giocata in maniera settoriale e concentrata in poche località, il manifatturiero ha spostato persone a fondovalle e l’agricoltura è rimasta indietro rispetto al mutare del contesto economico, vivere “lassù” significa sbattere in giro la testa per un posto di lavoro. Poi c’è il problema della scarsità dei servizi essenziali, soprattutto quelli socio-sanitari e ancora lo stato delle infrastrutture, spesso precarie per la gestione a volte non adeguata…molto insomma rema contro alla scelta di restare.

Ripensare e riprogrammare la gestione del patrimonio boschivo in concerto con la tutela del territorio da un lato (rivendicando ovviamente il ruolo in questo della politica regionale) e con gli anelli della filiera della trasformazione del prodotto-legno dall’altro è una direzione assolutamente strategica per dare risposte a queste difficoltà, per creare economia che tenga insieme sostenibilità ambientale e occupazione di qualità.

E’ a partire da queste riflessioni che nasce il progetto RI-ambientiamoci. Reso possibile dal finanziamento del Caaf Cgil Nordest (che dal 1999 fa progetti di solidarietà territoriale finanziati attraverso raccolte di fondi svolte durante il periodo di compilazione del 730), il progetto vede la collaborazione di soggetti del territorio diversi tra loro: la Flai Cgil di Belluno, Lassù Società Cooperativa, la Regola di Dosoledo, la Regola di Casada e il Gruppo di Ricerche Culturali Algudnei. Ci troviamo in Comelico, una delle zone del bellunese fortemente colpite dalla tempesta Vaia.
Su questo territorio, come in tutto il Cadore, la maggior parte della proprietà del bosco è di stampo cooperativo: le foreste e la loro gestione appartengono alle Regole che sono, di fatto, entità cooperative espressione delle piccole comunità territoriali (spesso fanno riferimento alle frazioni). Sono proprio queste Regole che, numerose e non ben coordinate tra loro, sono incappate nella dinamica di svalutazione del loro patrimonio a seguito del maltempo. In questa iniziativa, invece, due di queste Regole sulla base di una progettualità condivisa hanno deciso di lavorare assieme per tentare una nuova forma di valorizzazione del bosco.

L’idea nata dalla collaborazione tra questi soggetti è quella di costituire un parco che parli di Vaia e promuova una riflessione sulle sue molteplici cause e sulle possibilità di risoluzione. Lo vogliamo fare attraverso linguaggi diversi e coinvolgendo quanti più soggetti (del territorio e non) possibili.
Proprio in questi giorni, si sta svolgendo la prima parte di RI-ambientiamoci il cui nome è VIZArt e che, di fatto, sta dando vita al primo nucleo di un parco di land-art in cui diversi artisti, del territorio e da fuori, in collaborazione e contaminazione reciproca rielaboreranno quanto accaduto ad Ottobre dello scorso anno (useranno infatti materiale derivato dagli alberi abbattuti) nella chiave interpretativa della rinascita del bosco.

Oggi inaugureremo questo primo nucleo del parco che vuole essere nel tempo sede di una rassegna di land-art permanente e di laboratori didattici per le scuole. Nel 2020 lavoreremo, invece, alla seconda sezione del progetto che tratterà di gestione del territorio e rigenerazione del bosco in maniera particolare: abbiamo intenzione di fare un esempio concreto di un prodotto che possa essere il nucleo di una filiera corta del legno che potrebbe nascere nel territorio, costruendolo materialmente e consegnandolo poi all’uso quotidiano di quanti vorranno venire a visitare e frequentare il parco (ovviamente non si può rivelare di più di così…).

Tutto questo, insomma, è certo un esempio, parte da un finanziamento specifico e, dunque, abbiamo inteso dargli una forma specifica (un parco dunque precisamente un luogo che mostra e porta proposte, stimola la riflessione su cause ed effetti e possibili soluzioni), ma crediamo anche che a partire da tali proposte sarà possibile intraprendere percorsi concreti di crescita. Uno sviluppo che sappia coniugare creazione di valore e tutela ambientale, rispetto del lavoratore e sicurezza, apertura culturale e tradizioni locali e in definitiva concorrere, speriamo, a gettare nuove basi e impostare nuovi equilibri.

* Sebastiano Grosselle è segretario generale della Flai di Belluno

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