Il lutto e la sete di giustizia

Nella stessa giornata in cui a Pavia si piangeva l’ennesima strage sul lavoro, a Padova si riaprivano le ferite di un incidente mortale che nel 2018 scosse gli animi di molti di noi e riaccese il ricordo della tragedia della Thyssenkrupp di Torino.

Era domenica 13 maggio e alle Acciaierie Venete si lavorava come sempre, come ogni giorno. Almeno finché una siviera piena di materiale incandescente precipitò addosso a quattro operai. Si era rotto un perno. Seguirono settimane e mesi di atroci sofferenze per Sergiu Todita e Marian Bratu che alla fine non ce la fecero, ma anche per Simone Vivian e David Di Natale, che pure riuscirono a salvarsi. Avevano tutti tra i 30 e i 40 anni, giovani uomini con famiglie altrettanto giovani che li aspettavano a casa. I colleghi trascorsero quel tempo a fare la spola da un ospedale all’altro, sconvolti, uniti ai parenti, ai genitori, alle mogli, ai figli, prima nella speranza, poi nel lutto. Spesso nella protesta. L’ultima, imponente, qualche mese fa.

In piazza con loro anche Valerica Bratu, sposata con Marian, che, con voce ferma e coraggio, spiegava: “Marian ha lasciato me e due bambini piccoli, il nostro profondo dolore non sarà mai colmato ma sono qui per sostenere i suoi compagni e tutti coloro che lottano per far valere il lavoro come un mezzo dignitoso e responsabile per vivere una vita serena; il lavoro deve essere un diritto di tutti e non una fonte di morte e sofferenza.” Valerica diceva anche di avere fiducia nella giustizia italiana.

E proprio dalla giustizia sono arrivate le prime risposte.

Dopo un anno e mezzo di inchiesta ci sono i primi indagati: per omicidio colposo e lesioni Alessandro Banzato e Giorgio Zuccaro, presidente e direttore dello stabilimento di Acciaierie Venete, Dario Fabbro, presidente della Danieli centro Cranes spa, Giampietro Benedetti e Giacomo Mareschi Danieli, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Danieli & C. officine meccaniche; solo per lesioni, poi, è indagato Vito Nicola Plasmati, titolare della Hayama Teac Service, perché i suoi due dipendenti sono sopravvissuti.

Le aziende non avrebbero rispettato la normativa su salute e sicurezza «nel loro interesse e vantaggio vista la necessità di contenere costi produttivi, lo scopo di accelerare i tempi e i ritmi di lavoro con il fine di aumentare la produttività». Chi aveva prodotto la siviera sarebbe responsabile dell’inadeguatezza del perno e di un libretto manutenzione inadeguato. Le acciaierie di non aver adottato la distanza di sicurezza degli operai dalla siviere né di aver avvertito la ditta in appalto. La ditta in appalto, a sua volta, di non aver adottato comunque corretti sistemi di prevenzione.

Perché ancora una volta la sicurezza di chi lavora viene considerata un costo. Non un investimento. Non un diritto. Ha ragione Loris Scarpa, segretario generale della Fiom-Cgil di Padova: “In questo Paese il come si lavora non è più la priorità. La vicenda delle acciaierie, il sistema degli appalti e anche come vengono progettate le attrezzature ci dimostrano come non si tenga più conto delle persone. Nei luoghi di lavoro la Costituzione rimane purtroppo inapplicata. Inizierà un percorso durissimo per le famiglie e rimarremo al loro fianco, come abbiamo fatto fino ad oggi, costituendoci anche noi parte civile”.

“Le morti sul lavoro, che sono persino aumentate, sono il segnale di come la ripresa produttiva sia in gran parte fondata su precarietà, su bassi salari, su aumento dei ritmi, su sfruttamento del lavoro più che sulla sua qualità. – denuncia Francesca Re David, alla guida delle tute blu Cgil –
Pretendiamo un deciso cambio di rotta, e questo è e sarà una priorità nelle nostre mobilitazioni e per il rinnovo del CCNL”.

Fatto sta che le parole davvero non bastano più. E il lutto, che si rinnova ogni giorno, a ogni notizia di cronaca che tinge di sangue strade, fabbriche e campi, si trasforma in sete di giustizia ma anche in un’assoluta necessità di risposte: il futuro non può condannarci a morire di lavoro.

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