Il nostro diritto alla rabbia

Con la caduta del passato governo abbiamo evitato il baratro, ma l’odio della destra va ancora combattuto. La sinistra riuscirà a farlo solo se si farà carico della rabbia di chi è stato abbandonato ai margini, giovani compresi. Anzi meglio: “La sinistra deve amarla quella rabbia, farne la forza delle sue idee. Deve dire che è giusto non poterne più in un paese ad ascensore sociale fermo.” Un post di Luca Stanzione*

Anna lavora in periferia, in una sotto-trattoria che solo chi vive a Niguarda, periferia Nord di Milano, conosce.
Anna ha 23 anni, si alza alle 6 e il suo sguardo lascia attaccato allo specchio, tutte le mattine, un post-it: “avrei voluto fare la veterinaria”.
Serve ai tavoli, e dei programmi in cui Luchino è una star della “mise en place”, non ne conosce l’esistenza, perché abita a Sud, e da Nord di Milano, tutte le sere quando torna a casa, i canali TV lasciano spazio al sonno.
Anna è incazzata, mette il grugno, stringe i denti, e impreca tra sé e sé.
Anna non cammina tra i tavoli; marcia a gomiti stretti e a fronte alta.
Anna non sa neppure che l’altro ieri hanno votato un semi-nuovo governo.
Anna ha dieci anni meno di me ma appartiene a una generazione “di quelli che han dovuto far andar la bocca prima della testa”.
Anna canta per non pensarci, perché non sa neppure da dove si riprende un ordine della vita.
Me lo ha raccontato lei, mentre spiegava a Giulia perché non ha potuto studiare e oggi sta qui e domani ancora qui.

Lunedì il Primo Ministro ha fatto un discorso programmatico nel quale ha richiamato come senso di discontinuità la necessità di avere un linguaggio diverso. Ho ancora nella mente le immagini dei bambini lanciati dalle barche alle vedette della Guardia di Finanza, ho nelle orecchie le dichiarazioni d’odio dei bar e dei tavoli accanto al mio in trattoria.
Quell’odio nei confronti del “migrante”, delle “ragazzine che si ficcano nei guai in Africa” o della “ragazzina” che salva vite nel Mediterraneo, dei “benpensanti”, c’era prima di Salvini e ci sarà anche dopo la caduta dello scorso governo.
Per ora hanno evitato che quell’odio avesse tra le mani il potere esecutivo delle leggi, sedesse nei gangli della Repubblica, potesse determinare l’azione delle forze di polizia, avesse una maggioranza per fare le leggi. Abbiamo evitato – per dirla con Liliana Segre “l’orlo del baratro” – e lei quel limite tra diritto e oscurità lo conosce bene. Hanno fatto dell’Odio un partito politico, hanno vestito le pulsioni più incivili dell’abito delle istituzioni. E alla fine di virgolettato in virgolettato l’Italia l’hanno fatta diventare la “Piccola Proletaria” schiavizzata dalle “trame di Berlino-Bruxelles-Parigi” che non può non far ricordare quelle forze “plutocratiche etc.” di Piazza Venezia.

Quell’odio non è solo nelle istituzioni, quell’odio vive nel paese ed è l’alveo del fiume scavato dalla destra alla Bolsonaro per deviare l’acqua di una rabbia di chi ha visto peggiorare le sue condizioni di vita, e anche di chi ha visto migliorare la propria esistenza e ha paura di perdere quel poco o tanto che ha conquistato.
La sinistra quella rabbia deve legittimarla, rappresentarla, trasformarla in rivendicazione politica, la sinistra deve amarla quella rabbia, farne la forza delle sue idee. Deve dire che è giusto non poterne più in un paese ad ascensore sociale fermo.

Anna è incazzata e ha ragione ad esserlo. Anna alla politica non ci pensa perché “quelli là stanno là e non qua” appunto. Anna potrebbe incontrare un giorno qualcuno che le spiega che ha ragione a essere incazzata perché questo paese invece di trovare i soldi per farla studiare gli ha dovuti trovare per gli immigrati… oppure Anna potrebbe incontrare qualcuno che le dice che è giusto essere arrabbiati e che è colpa di chi governando non ha saputo restituirgli la speranza, darle gli strumenti per riprogettare la propria vita, metterla nelle condizioni di difendersi, “rimuovere gli ostacoli”, gridare assieme a lei che il suo destino lo può cambiare.

*Luca Stanzione è segretario generale della Filt Cgil Lombardia

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