Il latte è versato, il sangue pure

Nel pavese l’ennesima strage sul lavoro. A perdere la vita due imprenditori di un allevamento di bovini e due operai, morti in una vasca di liquami. E’ già tardi per dire basta, ma non è mai troppo tardi per fermare questa strage che ha i numeri di una guerra.

Alzate la testa. Alzatela tutti. Dite no quando vi chiedono troppo. O quando vi chiedono di fare quello che la legge vieta. La vostra vita vale più di ogni altra cosa. E sarà pure una priorità del Presidente del Consiglio e del nuovo governo, e ci auguriamo davvero che quel piano strategico che hanno promesso arrivi presto. Anzi che arrivi domani, ma in Italia si continua a morire sul lavoro come in una guerra, nell’indifferenza generale.

Così proprio oggi il bollettino di questa assurda guerra, redatto dall’Osservatorio indipendente di Bologna, ha consegnato alle cronache il suo morto numero mille dall’inizio dell’anno, considerando anche gli incidenti in itinere

Poi è arrivata la notizia di Arena Po. Erano le 12 e 30 in un’azienda agricola che qualche anno fa era stata raccontata dai giornali perché testimoniava la storia di riscatto di due mungitori indiani diventati imprenditori. Secondo una prima e incompleta ricostruzione, proprio i due proprietari e due operai sarebbero annegati uno dopo l’altro in una vasca piena di compostaggio di fertilizzanti. Forse come spesso accade in questi casi, uno degli addetti è caduto all’interno della vasca e gli altri tre avrebbero tentato di salvarlo con una corda per poi finire a loro volta dentro l’invaso, privi di sensi per le esalazioni dei liquami in esso contenuti. Morti di lavoro e di solidarietà. Morti senza sicurezza. Perché se solo lo leggessimo tutti quel testo unico che dovrebbe proteggerci, è chiaro che l’unica possibilità di salvezza in questi casi è chiamare i soccorsi.

E allora serve una cultura del lavoro radicalmente diversa. E hanno ragione la Cgil e la Federazione dei lavoratori dell’agroindustria a rivendicare l’immediata costituzione di un tavolo. Perché abbiamo bisogno di una politica condivisa per fermare questo dramma. Invece l’attenzione è poca. Le imprese continuano a considerare la salute e sicurezza un costo non un investimento, tantomeno un diritto irrinunciabile per ogni lavoratore, che dopo una giornata di lavoro deve poter far ritorno a casa.

E per favore, cambiamo anche le parole perché anche le parole sono importanti: non esiste una tragica fatalità. Nessun destino cinico e baro. A uccidere i lavoratori è la mancanza di formazione e di dispositivi di sicurezza: perché quando si è assicurati alle impalcature non si vola giù; quando si conoscono le conseguenze delle nostre azioni non si finisce intossicati dalle sostanze con cui si è a contatto; con le adeguate protezioni, nemmeno i trattori che si ribaltano possono farci paura. Alessandro Robecchi scriveva pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano che in Italia si parla di sicurezza solo per riferirsi agli scippatori, non ai lavoratori. E il loro sangue continua a essere versato, giorno dopo giorno. Ecco, basta, Ma basta davvero.

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