America first

E’ dalla California, terra di Silicon Valley e tecnologia spinta, che arriva la legge più temuta dai giganti della gig economy. A votarla il Senato dello Stato americano sotto il codice AB5 (Assembly Bill 5). App come Uber dovranno garantire protezioni sindacali e diritti ai propri lavoratori finora considerati autonomi. A presentare il provvedimento alcuni dei candidati democratici alle prossime presidenziali come la senatrice Elizabeth Warren, Bernie Sanders e Kamala Harris. Il governatore Gavin Newsom ha già annunciato che lo firmerà.

Facciamo un esempio l’autista di Uber oggi è un lavoratore in proprio, significa che dei ricchi ricavi della app non intasca nulla. E’ lui in buona sostanza a fornire le corse mentre l’app, a sua volta, gli offre il servizio di intermediazione digitale con il cliente. Con la nuova legge non sarà più così: gli autisti saranno da considerarsi dipendenti con tutti i benefici che ciò comporta compreso quello a un salario minimo.

L’universo gig è in subbuglio. Dopo essere riuscito attraverso fortissime azioni di lobby a far passare in almeno una dozzina di Stati americani leggi di segno opposto, oggi viene battuto in casa. E anche sonoramente: 56 voti a favore contro 15. Un segnale che corrisponde anche al mutato sentire dell’opinione pubblica e dei consumatori che, sempre più spesso, considerano “i giganti del lavoretto” imprese prive di etica che hanno fatto dello sfruttamento dei lavoratori la vera fonte di profitto.

I portavoce di Uber promettono battaglia legale, minacciano tagli consistenti e paventano un effetto domino, invitando a pensare a tutte quelle piccole attività che potrebbero trovarsi un giorno a fare i conti con questa normativa. Vengono tirate in ballo – pensate – persino le piccole parrocchie di provincia. Spaventare: questo è il mantra. Ma di cosa si dovrebbe aver paura? Che il mondo rovesciato si rimetta in piedi? Che non si facciano più affari – per citare Lorena Gonzales autrice della legge – a discapito delle condizioni di chi lavora?

Comunque qualcosa vorrà pur dire se è proprio dagli Stati Uniti, avanguardia del settore, che arriva questa virata normativa. E chissà che in Europa e in Italia non si capti il messaggio prima che sia davvero troppo tardi.

Intanto Massimo Mensi, presidente di Apiqa, ci ricorda che il movimento sindacale italiano e la Cgil in particolare da tempo si stanno dando da fare: in Parlamento c’è un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori – la Carta universale – che intende dare risposte anche e proprio agli addetti “gig” e l’inserimento della figura dei rider delle app di consegna a domicilio nella contrattazione nazionale è una risposta concreta, pragmatica e al passo coi tempi. Alla faccia di chi accusa il sindacato di essere immobile e insensibile ai cambiamenti.

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