Candele della memoria

Quando penso a mia nonna penso al sapore delle sue merende al pomeriggio e delle sue favole la sera. I suoi cunti. Storie che mi hanno insegnato a conoscere la lingua delle mie radici e personaggi mitici di cui Giufà è il capofila: credulone e privo di furbizia, facile preda di malandrini e truffatori ma che con la sua sciocchezza faceva ridere noi bambini e aveva il merito di introdurci alla vita.

Oggi Liliana Segre compie 89 anni. Circa un anno e mezzo fa è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Liliana è una donna che non smette di raccontare, di tracciare paralleli tra il nostro passato e il nostro presente affinché quel che è stato, mai più possa ripetersi.
Con l’incarico conferitole dal Capo dello Stato, la sua testimonianza ha assunto una dimensione ancora più ampia. Il suo pubblico ideale sono i ragazzi, i giovani, quelli che lei chiama con affetto i miei nipoti. È a loro che si rivolge quando introduce il suo racconto dicendo: «Questa è una storia che finisce bene». Eppure, sa che dovrà parlare loro di affetti spezzati, di dolore, di orrore, di morti innocenti, di freddi aguzzini.

«Io mi presento come una nonna. I miei nipoti ideali oggi siete voi davanti a me, e vorrei guardarvi negli occhi, abbracciarvi uno per uno, perché sono sicura che qualcuno di voi diventerà candela della memoria». «Mi raccomando, sui vostri monumenti alla Shoah non scrivete violenza, razzismo, dittatura e altre parole ovvie. Scrivete “indifferenza”». Ed ecco la spiegazione: «Nei giorni in cui ci rastrellarono, più che la violenza delle SS e dei loro aguzzini fascisti, furono le finestre socchiuse del quartiere, i silenzi di chi avrebbe potuto gridare, a uccidere prima del campo di sterminio».

«Sento parlare di gite a Auschwitz. Non chiamatela mai “gita”. Nei lager non si va in gita, è un pellegrinaggio. Non si mangia, non si fanno selfie ma si sta in silenzio, magari con un abito leggero in inverno per sperimentare anche solo per mezz’ora che cosa si prova. Si ascolta solo la propria coscienza. Gita è una parola orribile per indicare i campi dove la persone sono morte solo per la colpa di essere nate».

«Sono cresciuta in una famiglia atea, l’unica cosa che mi distingueva dalle altre mie compagne era che ero esonerata dall’ora di religione, durante la quale potevo correre e divertirmi come una matta in corridoio» . Poi, nell’estate del 1938, la promulgazione delle leggi razziali e l’espulsione dalla scuola. «L’espulsione era una cosa gravissima e io non avevo nessuna colpa se non quella di essere nata, è da allora che mi chiedo: perché? Poi l’inutile fuga in Svizzera, il respingimento: «sono stata anch’io una clandestina, una richiedente asilo con documenti falsi», fino alla reclusione nel carcere di San Vittore, a Milano, e il «viaggio verso destinazione ignota» , fino a Birkenau, dove Liliana, allora tredicenne, fu separata dal padre, morto tre mesi dopo l’arrivo al campo.

Il suo grido di dolore è un dono che questa meravigliosa donna semina affinché i ragazzi e le ragazze in ascolto possano immaginare un mondo senza le persecuzioni, l’indifferenza, l’ingiustizia, il dolore degli innocenti. Senza la guerra. Immaginarlo, per poterlo costruire. Perché è il futuro che interessa a Liliana.

«Sento di giovani che si sono suicidati per un brutto voto a scuola o per aver subito atti di bullismo. Ragazzi, io vi dico: non dite mai: non ce la faccio. Siamo fortissimi e dobbiamo sempre scegliere la vita».

Quando gli incontri terminano, i ragazzi e le ragazze le si avvicinano e le chiedono: «Liliana, cosa possiamo fare per non disperdere le tue parole?». Lei risponde sempre: «Sconfessate la menzogna. Diventate candele della Memoria».

Ciro Randazzo

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