Mise, mia cara mise

“1 metro e 79”, “vent’anni”, “una cascata di lunghi capelli”, “una bellezza mozzafiato”. Anche quest’anno, per l’ottantesima volta, l’Italia ha la sua Miss. La celebrazione della reginetta ieri sera in diretta Rai con il Codacons ad applaudire in difesa di “un pezzo della nostra storia” (sic!)

E allora di cosa vi stupite se, nello stesso giorno dell’incoronazione della Miss, si sia discusso solo di mise? Cioè di abito, abbigliamento e forma di un’altra donna che non è alta un metro e 79, non ha vent’anni già da un po’, porta i capelli corti e ama il blu elettrico e le balze?

In un’Italia in cui fino a pochi giorni fa la misoginia era al potere, Miss e mise vanno a braccetto. La Miss, rassicurante immagine di una femminilità innocua, domata, asservita al giudizio maschile, e la mise, utilizzata come bastone, come arma contundente, contro quelle donne che, per un motivo o per un altro, non rispondono al “maschio”.

Figurarsi poi se le donne raggiungono posizioni di potere come Teresa Bellanova, oggi Ministro dell’Agricoltura, un passato da bracciante e da sindacalista, poi in politica. Ultimo incarico – guarda a volte il caso e le parole – al MISE fino a un anno e mezzo fa.

Insomma c’è chi è libero di andarsene in giro, in spiaggia o dove vuole, a “panza” nuda rispettando l’immutato fotogramma populista del machismo, e c’è chi, invece, vestita di tutto punto, deve schivare gli strali e, accipicchia, ci riesce anche a suon di ironia e pois.

Poi quando il vestito non basta si passa al titolo di studio: troppo basso. Quale oscenità! Perché anche il pezzo di carta va usato al bisogno così se hai la laurea sei una “professorona”, se hai il diploma di terza media una “cafona”. Tutto va bene purché si assesti il colpo contro chi sfugge al ruolo ancillare che questa triste società si ostina ad assegnare al genere femminile. In ogni caso, la discussione scivola via, fuori da ogni merito. Si è forma e non sostanza. E tutto, come si conviene ai social, diventa o bianco o nero. O sei con o sei contro.

Che ministro sarà Teresa Bellanova lo scopriremo nei prossimi mesi. Quello che è certo è che abbiamo bisogno di un buon ministro che lotti contro il caporalato e il lavoro nero. Lei ha una storia alle spalle: radici di cui andare orgogliosa nel sindacato dei braccianti. Ha però anche un passato recente in cui si è spesa a favore di misure che non hanno aiutato la nostra generazione come il Jobs Act.

Ecco a noi del blu elettrico, delle balze, dei pezzi di carta non interessa proprio nulla. Interessa che la nostra società impari a rapportarsi alle donne senza sminuirle per la loro mise, perché essere Miss è decisamente sopravvalutato (dagli uomini) e perché semmai è più importante cosa fai se a un certo punto della tua vita ti ritrovi al MISE o in un altro dicastero. Se dobbiamo criticare Teresa Bellanova, o chiunque altr*, questo è il merito, questo deve essere il metro.

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