Disagio psicologico, precarietà esistenziale. Il passo è breve

I giovani sono sempre più ansiosi e depressi. Questo, almeno, è ciò che appare da una serie di studi realizzati in tutto l’Occidente. Disturbi come l’ansia e la depressione dipendono principalmente dalla mancanza di controllo che le persone sentono di avere sulle proprie vite. Chi è convinto di avere maggior polso sulla propria esistenza ha meno possibilità di diventare ansioso o depresso rispetto a chi, invece, è convinto di essere vittima delle circostanze. Negli ultimi decenni, nonostante la qualità della vita sia aumentata, nei giovani è maturata la convinzione di non essere in grado, al pari delle generazioni precedenti, di indirizzare il proprio destino dove più preferirebbero. Luca Cioffi, della segreteria della Camera del lavoro di Avellino, declina questo tema sul territorio irpino

Nei giorni scorsi, dalle pagine irpine de “Il Mattino”, il Vescovo di Avellino, Arturo Aiello, e la Caritas hanno lanciato una riflessione sul tema dei suicidi. La nostra provincia è tra quelle con il tasso più alto in Italia, un con il dato del disagio psicologico strettamente correlabile al fabbisogno di lavoro, alla mancanza di certezze, di cui si parla – purtroppo – ormai ogni giorno, non solo sulla testata partenopea.
È importante e necessario aprire, sui temi del disagio e del lavoro dignitoso, un dibattito serio e approfondito perché oggi si presentano come veri e propri drammi generazionali. Troppo spesso il disagio psicologico e lavorativo vengono letti separatamente, come sintomi individuali, mentre un fenomeno così drammatico deve essere analizzato in termini più ampi e strutturali.

La precarietà dilagante, la difficoltà di emanciparsi, l’influenza dell’emigrazione sui legami personali, la forte competizione acuitasi negli ultimi anni grazie alla retorica del merito, il senso di inadeguatezza a standard imposti: sono tutti elementi che hanno evidenti ripercussioni anche sulla sfera emotiva e psicologica dei soggetti.
Anche la crisi dei corpi intermedi ha permesso che i problemi individuali non venissero collettivizzati, producendo emarginazione e individualismo. Il sindacato, come le realtà del terzo settore, svolgono un importante compito in questo senso, ma non basta. Servizi sociali e assistenza sono assolutamente inadeguati per far fronte a questi problemi, intorno ai quali si costruisce un dibattito che non lascia intrevvedere soluzioni, anzi, amplifica il disagio.

Per anni i giovani sono stati definiti bamboccioni, choosy, mammoni: sono stati incolpati della loro condizione di vita precaria come se fosse una loro colpa il far parte della prima generazione della storia più povera di quella dei propri genitori.

Sulle pagine dello stesso quotidiano, il presidente della Camera del Commercio di Avellino, Oreste Pietro Nicola La Stella, commenta i dati dell’ultimo rapporto Excelsior-Unioncamere individuando nell’incertezza normativa, nel costo del lavoro e nella burocrazia le principali cause di difficoltà nel reclutamento sul nostro territorio. È il risultato di un questionario posto alle imprese secondo il quale ci sarebbe un fabbisogno di personale di 5800 addetti, che si fermano a 800 assunzioni.
Premettendo che 5800 addetti sono poco più della metà delle richieste di reddito di cittadinanza, viene da chiedersi che tipo di specializzazioni richiedano le aziende se esiste una così ampia differenza fra il fabbisogno e la possibilità di guadagnarsi l’assunzione. Per fermare l’emigrazione, per permettere ai giovani di emanciparsi e di costruirsi un’indipendenza, è necessario un lavoro stabile, di qualità e con diritti che fornisca risposte anche rispetto alle criticità psicologiche.

Vedremo se il prossimo esecutivo sarà in grado di azionare le leve giuste per far crescere gli investimenti e l’occupazioe giovanile anche attraverso un’adeguata riforma fiscale. La Cgil da anni si batte per una patrimoniale e una maggiore progressività del fisco: oggi il gettito fiscale grava per l’85% su dipendenti e pensionati. Obiettivo della piattaforma con Cisl e Uil è ridurre il carico nei loro confronti per promuovere una maggiore equità sociale. A partire dai più giovani.

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