Navigamus nel precariato

È stato uno dei provvedimenti bandiera di questo governo ormai uscente: il reddito di cittadinanza accompagnato dalla creazione dei navigator. Un’operazione anomala su cui pesa l’ombra della propaganda. Con quali effetti? Lo scopriremo tra un paio di mesi. Intanto vince ancora la precarietà.

Qualche settimana fa quando gli aspiranti navigator accorrevano a Roma sperando di superare il concorso, i precari di Anpal servizi inviavano loro una lettera accorata dalle pagine del quotidiano il Manifesto

“La lotta che conduciamo da circa un anno per la nostra stabilizzazione non è neppur minimamente in contrapposizione con le vostre future assunzioni, anzi, al contrario, pensiamo che l’eventuale successo della nostra vertenza non potrà che creare vantaggi anche per il vostro futuro lavorativo. Questo è il momento di costruire forme di solidarietà tra vecchi e nuovi precari. È per questa ragione che vi chiediamo, sin da subito, di solidarizzare con noi. Nella speranza che presto, ci troveremo, insieme, a lottare per i diritti di tutti le operatrici e gli operatori delle politiche attive. Cari e care aspiranti Navigator, auguri per il concorso, ma vorremo ricordaste che nel mare aperto della precarietà senza diritti, ci si salva solo se si resta uniti.”

Il concorso è stato fatto. I primi corsi di formazione pure. Dei 55mila che si sono presentati alla Fiera di Roma – un esame statale sforna precari statali può sembrare un’opportunità in tempi così magri – ne sono stati scelti 3mila. I navigator, disoccupati o neolaureati, hanno trovato un impiego a tempo per cercare un altro impiego ad altri disoccupati. Saranno assunti con contratti di collaborazione parasubordinata. Eppure, nel mare aperto della precarietà, non si vedono ancora grandi e collettive scialuppe di salvataggio.

I navigator sono andati ad allargare i gironi di un precariato a strati. Alessandro Purificato, della Fp Cgil nazionale, ne descrive almeno altri tre livelli: quello storico dei centri per l’impiego che, nel 2017, era arrivato a registrare picchi del 26% in alcune regioni come l’Umbria e che poi è stato largamente stabilizzato attraverso la legge Madia; un migliaio di addetti assunti a tempo determinato tramite il Ministero del lavoro; i precari diretti dell’Anpal.

È vero: ad oggi, in base a un accordo Stato-Regioni dello scorso dicembre, c’è l’autorizzazione ad assumere (4000 unità nel 2019, 3000 nel 2020, 4600 nel 2021), ma le incognite – tanto più adesso che è stata ufficializzata la crisi di governo – restano enormi sul chi, sul come e sul cosa. Il rischio che si scateni una guerra tra poveri troppo alto.

A soffiare sul fuoco anche le recenti dichiarazioni dell’ormai uscente Ministro del Lavoro Luigi Maio che ha bollato i centri per l’impiego: finora sono stati luoghi d’umiliazione. Il non detto parrebbe essere questo: il nuovo corso sovvertirà il vecchio, i nuovi precari colmeranno le presunte lacune dei vecchi. Ad alimentare la confusione: l’incertezza sui ruoli e sui compiti, la quasi certezza che molte funzioni andranno a sovrapporsi.

Eccola dunque la vera anomalia politica: quella che scarica sui lavoratori – precari tutti, vecchi e nuovi –, sull’anello debole, tutte le colpe e tutte le responsabilità di un Paese segnato da uno dei più alti tassi di disoccupazione europei (peggio di noi solo Spagna e Grecia) e da un feroce tasso di disoccupazione giovanile.

Non si può imputare a chi lavora nei centri per l’impiego l’assenza di investimenti o i ritardi del mercato del lavoro italiano. In fondo qualche domanda per il Ministro ci sarebbe: perché non semplificare i gironi, il marasma che abbiamo descritto? Perché non assumere a tempo indeterminato e rapidamente? Perché non valorizzare le professionalità interne? Perché non accelerare i processi?

L’operazione navigator fa leva su un’esigenza vera: i centri per l’impiego hanno bisogno di personale. Ma senza risposte alle domande che abbiamo appena elencato resta il dubbio che ancora una volta abbia prevalso la propaganda. A quali fini e con quali risultati lo scopriremo tra un paio di mesi.

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