Senza coraggio

Dopo un anno di promesse, nessuna svolta decisiva per la condizione dei rider. Il decreto approvato ieri dal consiglio dei ministri è deludente. Il perché lo spiega Tania Scacchetti, segretaria nazionale Cgil

Il consiglio dei ministri di ieri ha approvato un decreto che contiene misure urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali.
In questo decreto ci sono le famose “norme per i rider”.
Avremo modo di leggere i testi definitivi e di valutarne l’impatto, ma dalle anticipazioni giornalistiche e dalle bozze circolate un dato salta subito all’occhio.
Dopo oltre un anno di promesse, di tavoli mai conclusi, di bozze circolate e poi ritirate l’impianto normativo proposto si dimostra largamente insufficiente non solo rispetto alle aspettative che si sono legittimamente alimentate ma anche rispetto ai bisogni reali che questi, e molti altri, lavoratori esprimono.

Certo ci verrà detto che le norme costituiscono comunque un avanzamento rispetto alla condizione attuale, ma davvero non credo sia sufficiente impostarla così.
Perché ormai la condizione dei rider è diventata un paradigma dell’impoverimento del “diritto a un lavoro con diritti” e davvero non è più rinviabile una riflessione sulla necessità di estendere diritti e tutele alle persone che lavorano, indipendentemente dalla qualificazione giuridica di quel lavoro. E anche perché quando da Ministro del Lavoro prometti all’inizio del tuo mandato di risolvere una situazione e ti presenti, anche giustamente da un certo punto di vista, come il soggetto che per primo riconoscerà diritti e tutele a lavoratori dimenticati e sfruttati da multinazionali il cui comportamento non è più accettabile, la corrispondenza fra le cose promesse e i risultati raggiunti non è questione di poco conto.

Noi abbiamo sempre pensato e continuiamo a pensare che l’intervento legislativo da solo non fosse sufficiente. Noi pensiamo che il modo più giusto per dare tutele, riconoscere nuovi diritti e per guardare alle nuove modalità di organizzazione che la tecnologia propone sia l’inserimento di questi lavoratori dentro il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
Gli accordi che stiamo facendo a livello territoriale, le intese che prevedono l’inserimento della figura dei rider nel contratto nazionale della logistica, vanno in questa direzione.

La sensazione è che l’intervento legislativo proposto manchi del coraggio necessario a imprimere una svolta al modello organizzativo di queste imprese, che sempre di più si avvalgono quasi esclusivamente di lavoro a partita iva e di lavoro autonomo occasionale, frammentando e parcellizzando il lavoro disponibile.
Le cose positive che dovrebbero essere contenute nel decreto e che riguardano il diritto alla copertura assicurativa obbligatoria per tutti i lavoratori a prescindere dalla qualificazione giuridica entreranno in vigore se va bene fra 8 mesi, è apprezzabile l’ampliamento delle tutele per gli iscritti alla gestione separata così come era attesa l’estensione dell’articolo 2 del decreto legislativo 81/2015, quello sulle collaborazioni etero-organizzate anche ai lavoratori delle piattaforme digitali.

Ma non c’è stata la forza di imporre il divieto di cottimo, manca qualunque riferimento alla necessità di affrontare il tema dei sistemi di ranking su cui poggia l’organizzazione del lavoro che oggi determina competizione sfrenata fra i rider, carichi e ritmi di lavoro spesso folli per poter guadagnare qualcosa di più e per aggiudicarsi i turni migliori, casi di discriminazione.
Nulla sulla necessità di riconoscere a questi lavoratori il diritto alla disconnessione, alle tutele sindacali, al riposo, a un orario minimo garantito, a un compenso dignitoso.
Ma non per questo è il caso di arrendersi!

La campagna #noeasyrider ci racconta della necessità di mettere in campo una molteplicità di azioni.
E ci racconta anche di un sindacato che può organizzare questo lavoro, modificare il suo linguaggio e le sue pratiche, ripartire dalle condizioni materiali di chi lavora.
Certamente continueremo nella nostra azione di proselitismo e di tutela individuale, certamente continueremo a ricercare tavoli di confronto e di contrattazione per definire condizioni di lavoro migliori, certamente non rinunceremo, anche a partire dalla richiesta di emendamenti al testo di legge, a migliorare le norme legislative che devono costituire la cornice di riferimento per ampliare diritti e tutele del lavoro della gig economy e per costituire un argine allo sfruttamento imposto da un sistema imprenditoriale che deve davvero fare un salto di qualità, rinunciando alla logica del profitto tutta giocata sull’assenza di diritti di chi lavora.
Al lavoro e alla lotta, dunque.

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