4 mesi senza l’Alveare

Il 27 settembre 2014 ha avviato le sue attività l’Alveare, coworking con spazio baby, primo esperimento di convivenza nella Capitale tra lavoro flessibile e servizio educativo. Il 5 aprile del 2019 – esattamente 4 mesi fa – ha chiuso.
Cosa è stato l’Alveare in questi quasi cinque anni, e cosa ha portato alla cancellazione di un progetto innovativo, pluripremiato, sostenuto alla nascita da amministrazione comunale, Municipio V e Regione Lazio? Ce lo racconta Serena Baldari, una delle promotrici di questa esperienza

Nato dall’idea di Città delle mamme, un’associazione di volontariato, il progetto del coworking con spazio baby ha vinto il finanziamento per start up innovative, Call for social ideas, promosso da Italia Camp e Unicredit, nel 2013.
Successivamente, credendo profondamente nella necessità di innescare sinergie fra la pubblica amministrazione e i progetti di innovazione sociale dal basso, le socie dell’associazione hanno proposto al municipio V (presso il quale l’associazione aveva sede) e al comune di Roma di partecipare al progetto. Il Municipio V ha manifestato interesse patrocinando il progetto, mentre il comune, attraverso l’Assessorato alle periferie, ha deciso di adottare il progetto concedendo degli spazi.
L’Associazione ha dunque ottenuto in convenzione l’uso gli spazi di via Fontechiari 35 a Centocelle, circa 200 mq a piano terra con giardino. L’immobile, parte di una palazzina di edilizia popolare, avrebbe dovuto ospitare uno spazio per l’infanzia, ma i locali, consegnati dal costruttore al Municipio nel 2011, erano rimasti inutilizzati. L’associazione si è fatta carico di tutte le spese necessarie al ripristino dei locali (in stato di abbandono e danneggiati da incursioni vandaliche) e alla loro messa a norma, pagando anche tutte le utenze. 

Un’immagine dell’Alveare ancora in attività

Il progetto de l’Alveare è nato con l’obiettivo di offrire un aiuto concreto ai neogenitori, mamme e papà lavoratrici e lavoratori, alle prese con la gestire un lavoro (spesso atipico e precario) e l’arrivo di un bebè. All’interno degli spazi de l’Alveare le due esigenze hanno trovato una soluzione in una possibilità unica, una sorta di villaggio di condivisione di lavoro e cura delle bambine e dei bambini. Naturalmente il coworking, pur essendo orientato alle esigenze dei neo genitori, non ha escluso la partecipazione di persone senza figli, o con figli già grandi.

Per la gestione dei servizi (erogati a pagamento) una cooperativa di tutte donne ha affiancato l’associazione, mentre tantissime altre attività (incontri di formazione, percorsi di orientamento lavorativi, corsi sulla genitorialità, incontri con medici e pediatri, workshop e seminari) sono stati elargiti gratuitamente, sia grazie a finanziamenti pubblici, sia grazie all’attività di volontariato svolta dalle socie dell’associazione, nel frattempo rinominata Genitori in Città

L’Alveare è stato un luogo creato da donne per favorire la cultura della conciliazione e della condivisione del lavoro di cura. E’ stato un luogo di cooperazione e crescita, in cui sono nate reti, collaborazioni lavorative, nuovi progetti, grandi amicizie.

All’Alveare i bimbi giocano,
le mamme e i papà lavorano.

Il municipio e il comune hanno riconosciuto nel progetto dell’Alveare una risposta innovativa e nata dal basso alle esigenze di conciliazione dei tempi di vita e lavoro; hanno colto il valore di rigenerazione urbana del progetto, capace di creare, lì dove c’era un immobile abbandonato, un luogo vissuto dal quartiere, attraversato da tante persone diverse, nonché una fonte di reddito, seppure contenuto, per le persone che lo gestivano. Per queste sue caratteristiche di innovazione, rigenerazione, creazione di una realtà produttiva, l’Alveare è stato oggetto di articoli delle maggiori testate nazionali e internazionali, case study di tantissime ricerche universitarie, partner di progetti analoghi in Italia e all’estero.

In un paese che parla tanto di donne e madri, ma che di fatto non sostiene con politiche adeguate la maternità né tanto meno il lavoro femminile, un luogo come l’Alveare, seppure piccolo, ha creato un precedente, dimostrando che altre vie per la conciliazione ci sono e sono percorribili.

Eppure, nonostante i suoi meriti, anche l’Alveare è rientrato fra i progetti non graditi all’attuale amministrazione municipale, che ha intrapreso nei primi mesi del 2019 un iter finalizzato alla riappropriazione degli spazi e di conseguenza alla chiusura dei servizi. 

Il caso dell’Alveare non è isolato, tutt’altro. Non è difficile ascrivere la decisione di chiuderlo alle tante altre che stanno rispondendo ai bisogni di Roma con la desertificazione: si chiude, si sgombera, si blocca. E il danno maggiore è costituito dal fatto che a fronte di tante perdite di luoghi e spazi attivi, nate per rispondere a necessità di aggregazione, welfare e mutualismo, non si favorisce la nascita di nulla di vagamente sostitutivo. La città scivola rapidamente verso un isolamento delle fragilità e dei bisogni che come conseguenza non potrà che inaridire i tessuti sociali e impoverire i territori di servizi e reti di prossimità. Ci sembra un’inversione di tendenza rispetto ai reali bisogni della cittadinanza, un miopismo bieco dettato da mancanza di visione strategico politica e amore per la città

Nella parte bassa della foto i locali dell’Alveare abbandonati, poche settimane dopo la chiusura

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...