La spartenza del Sud

Siamo migranti economici, lasciamo la nostra terra come abbiamo fatto già in passato, con la differenza che oggi, lo facciamo probabilmente per sempre. E la “spartenza” – la separazione – diventa un addio con conseguenze catastrofiche per tutti. Un contributo di Giuseppe Valentino

La seconda cosa che si chiede a un emigrante quando ritorna nel paese d’origine è: quanto ti fermi? I più crudi realisti chiedono direttamente: quando riparti?

L’emigrazione al Sud è diventata costume, si è fatta cultura e tradizione. In molti paesini del Mezzogiorno, la festa del Santo Patrono viene riproposta nel periodo estivo per permettere agli emigrati di potervi partecipare. C’è una tradizione religiosa che si mescola al profano che tiene banco nel mio piccolo paese: San Rocco e la Madonna si incontrano il 15 agosto e restano nella stessa Chiesa insieme per otto giorni, fino al rito della “Spartenza”, momento nel quale le due statue (che simboleggiano la madre e il figlio) si separano per ritornare ognuno “a casa propria”.

Un esempio usato per significare quanto siano poco sorprendenti, purtroppo, per il Sud le anticipazioni sull’ultimo rapporto SVIMEZ che racconta di una forte ripresa dell’emigrazione verso il nord Italia e l’Europa delle persone che vivono in questo pezzo d’Italia.

Siamo migranti economici, lasciamo la nostra terra come abbiamo fatto già in passato, con la differenza che oggi, lo facciamo probabilmente per sempre. Se, difatti, i migranti degli anni Sessanta sono poi in maggior parte ritornati a ripopolare il Sud d’Italia, chi parte oggi per trovare una dignità economica e sociale vede allontanarsi la prospettiva del ritorno. Questo accade perché le condizioni strutturali del Sud rispetto al passato sono peggiorate fino al punto che sia chi ci vive che chi parte, interiorizzano l’idea del fallimento inevitabile. Mondo era, mondo è e mondo sarà…

E come potrebbe essere altrimenti se la tendenza descritta da SVIMEZ dovesse essere confermata anche per il futuro?

Sembra una contraddizione ma meno persone vivranno nel Sud, maggiore sarà il degrado sociale; si avrà più difficoltà a mantenere i servizi e il welfare, maggiore sfruttamento e insicurezza nel lavoro, si dà più forza alla criminalità. Chiuderanno le scuole, gli ospedali sono già al collasso, sarà più difficile mantenere servizi di qualità come la raccolta differenziata e la depurazione, caleranno le risorse economiche e di conseguenza la domanda di beni e servizi sarà ridotta, quindi salteranno le attività commerciali e le poche industrie. Uno scenario catastrofico? Ma no, non è niente… si pensi che ogni persona che lascia il proprio paese lascia sulle spalle di chi rimane il peso della spesa sociale che é necessaria per mantenere i servizi. Se l’asilo comunale, il servizio idrico o l’illuminazione pubblica prima veniva pagato da 100 utenti, domani dovrà essere pagato da 70, con la conseguenza che chi resta sarà più povero di prima. Quando non riuscirà a sopportare il peso dei servizi da pagare che saranno sempre peggiori e più costosi, probabilmente anche se oggi riesce a vivere dignitosamente, deciderà di abbandonare il Sud.

L’Italia tutta ha, quindi, il dovere di occuparsi dei problemi del Sud perché, banalmente, se cresce il Sud tutto il Paese ne trarrà benefici.

Ma l’inversione di tendenza deve partire innanzitutto dal basso. Se alla carenze di risorse e alla disoccupazione crescente si risponde con misure d’emergenza, pensate per colmare qualche buca, mentre tutto sprofonda si rischia di condannare questa nostra terra alla povertà economica e culturale. Il Sud ha bisogno di riformarsi, di ragionare assieme in termini di progetti e investimenti, abbandonando stupidi campanilismi fra regioni. I piccoli comuni andrebbero accorpati per garantire la fruizione dei servizi a chi è rimasto e per elevare il livello della politica comunale che si è ormai ridotta a una guerra tra Guelfi e Ghibellini su chi è stato più bravo ad organizzare la sagra della pastasciutta.

Il Sud dovrebbe ragionare come un’unica grande regione d’Europa e comportarsi come tale, dandosi orientamenti e linee condivise in materie di investimenti e di gestione delle risorse.

Anche il sindacato può fare tanto, se aggiorna la sua concezione meramente rivendicativa e sperimenta vie per favorire politiche attive del lavoro, attraverso la contrattazione e richiamando a responsabilità imprese ed istituzioni. Sapendo che la sfida è ancora più impegnativa laddove, come in Calabria, la pervasività criminale della ‘Ndrangheta è una delle principali cause del disastro.

Abbiamo il dovere di lavorare su un cambio di paradigma che ci costringa a immaginare obiettivi e strategie a lungo termine, senza farci trascinare dalla disperata situazione contingente.
Rischiamo, diversamente, di leggere l’ennesimo rapporto SVIMEZ con lo stesso stato d’animo di quelle madri che il giorno della Spartenza si battono il petto e piangono pensando ai propri figli emigrati ma che sperano ritorni presto il giorno della festa.

* Giuseppe Valentino è segretario generale della Filcams Cgil Calabria

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