Sur la route

Ci vuole coraggio. Ed è questo che mi ha colpito mentre giravo per le baracche del ghetto di Borgo Mezzanone. Impressionano l’impegno e la solidarietà del sindacato di strada in un luogo complicato, dove si incontrano senza mescolarsi molte comunità dell’Africa occidentale. Ci sono maliani, senegalesi, guineani. Loro parlano, la Cgil risponde. Non c’è pietà o compassione, ma una convinzione, un ideale fortissimo: il lavoro dignitoso è strumento di emancipazione.” Quando a Mademba Kamara, del sindacato senegalese CNTS-FC e membro del Carism (coordinamento dei sindacati senegalesi sulle migrazioni), chiediamo di raccontarci la sua esperienza nelle campagne del foggiano inizia da qui. “La Cgil non fa promesse, è qui da tempo, si muove consapevole di aver creato un rapporto di fiducia e lo consolida con azioni quotidiane, con una presenza costante. Ai migranti che chiedono risposte ai propri bisogni, i sindacalisti danno appoggio e sostegno.”

Lo choc è forte per chi entra per la prima volta nella baraccopoli dove solo qualche giorno fa erano all’opera le ruspe. “Un’esperienza cocente – confessa Kristjan Bragason, che è candidato alla guida della Federazione europea dell’agroindustria l’Effat – qui le persone vivono in condizioni orribili, inaccettabili. Una responsabilità che ricade sul governo italiano e sull’Europa intera. Dobbiamo prenderci cura di chi arriva dall’Africa, non possiamo costringerli a vivere in luoghi del genere.”

È un simbolo Borgo Mezzanone, la pista che un tempo usavano gli americani prima durante la seconda guerra mondiale poi come base logistica durante gli anni della guerra del Kosovo è diventata il rifugio degli ultimi, dei senza casta, dei senza diritto. Ci abitano i braccianti di origine africana, quelli che d’estate raccolgono i pomodori che poi ritroviamo sulle nostre tavole. Pagati poco, sotto scacco di organizzazioni criminali e caporali. Ma le cose possono, anzi devono cambiare. La legge contro il caporalato c’è. Il sindacato è in campo, anzi in strada, da anni.

Lo dimostra il progetto che ha portato Kamara e Bragason a Foggia. Ha preso il via l’anno scorso con un confronto sui temi della migrazione e con dei corsi di formazione rivolti ai sindacalisti del Senegal.

“Aiutiamoli a casa loro” – urla la vulgata salviniana. La Cgil l’ha presa in parola. E ha rovesciato il pregiudizio: “Aiutiamoli ad aiutarli a casa loro, loro aiuteranno noi”. Perché il Senegal non è solo paese di emigrazione ma anche paese di immigrazione: le comunità straniere sono numerose: dalla Mauritania, dal Mali, dal Niger e dalla Guinea e il sindacato senegalese non era mai riuscito a intercettare queste comunità di lavoratori né tanto meno a rappresentarli.

A questo serve il sindacato di strada – spiega Salvatore Marra, del dipartimento internazionale della Cgil – “finalmente il sindacato senegalese ha preso consapevolezza dei bisogni delle comunità straniere stabilendo un clima di fiducia al punto che quest’anno hanno partecipato alle celebrazioni del 1 maggio. Nei giorni scorsi siamo stati in Senegal sull’isola di Gorée, poi a Foggia a visitare due luoghi simbolo: la pista e una cooperativa Pietra di scarto che produce olio e pomodoro in un bene sequestrato alla mafia. Questa cooperativa si ispira ai principi di Pio La Torre e nasce in un luogo simbolo per il nostro sindacato: Cerignola, paese natale di Giuseppe Di Vittorio. Così con la pratica dimostriamo la forza delle nostre lotte: contro il caporalato, per la legalità.”

“Ormai da più di due decenni Pietra di scarto – aggiunge Jean Renè Bilongo, della Flai – cerca di tutelare soggetti altamente vulnerabili e a rischio emarginazione, come ex carcerati ed ex tossici. Noi riteniamo che sia un presidio di legalità in un territorio fortemente penetrato dai clan mafiosi. Ci accompagniamo nelle nostre rivendicazioni perché lo sfruttamento e la marginalità assoluta spesso vanno di pari passo.”

Andare tra i lavoratori e le lavoratrici che hanno bisogno. Essere tra la gente dove serve. Lo aveva ricordato lo stesso Maurizio Landini quando a inizio luglio la Cgil ha inaugurato una camera del lavoro proprio a Borgo Mezzanone. Il sindacato di strada è questo.  

“La prima cosa che abbiamo imparato – racconta ancora Mademba Kamara – è che noi stessi non eravamo a conoscenza delle leggi che regolano l’immigrazione in Senegal. Solo andando tra loro abbiamo ascoltato e scoperto i bisogni dei lavoratori migranti. Per esempio gli autisti dei taxi, per lo più di origine straniera,  erano vittime di racket da parte della polizia, anche perché non avendo la nostra cittadinanza non avevano diritto alla licenza. Oppure ancora, abbiamo capito che molti non hanno accesso al credito bancario perché sono impegnati nel lavoro informale. La prospettiva futura è far sì che partecipino alla vita del sindacato e del nostro Paese.”

Per Jean Renè Bilongo ormai il sindacato di strada è già una pratica internazionale. “L’internazionalizzazione è già in corso. La globalizzazione in fondo è anche questo: condivisione e socializzazione delle buone pratiche nell’interesse degli ultimi. Noi lo facciamo ogni giorno, nelle campagne, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro. Lo facciamo in Italia e ora anche fuori dai nostri confini.”

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