Il lavoro: la nostra chimica vitale

“Lavoro quasi” scriveva Valentina Conte sulle pagine del quotidiano La Repubblica di ieri. Secondo i dati del secondo trimestre 2019 giunti da poche ore dall’Istat l’occupazione sale, ma il Paese non cresce e nemmeno il lavoro.
Nonostante il tasso di occupazione sia al massimo storico dai livelli pre-crisi (59,2%), l’Italia resta il fanalino di coda in Europa rispetto ai posti di lavoro di scarsa qualità. Diminuiscono inoltre i potenziali lavoratori che rappresentano il denominatore del tasso di occupazione, perciò il tasso di occupazione aumenta pur non aumentando il numero degli occupati.
“Da noi la popolazione in età lavorativa è diminuita di quasi 1 milione negli ultimi dieci anni, mentre gli occupati in età lavorativa sono più o meno gli stessi che nel 2008. Sono invece aumentati gli occupati al di sopra dei 65 anni di età grazie alla riforma delle pensioni varata nel 2011. Chi oggi usa toni trionfali nel commentare i dati sul lavoro sta tessendo le lodi alla riforma Fornero” (Boeri, La Repubblica, 1 agosto 2019).

L’Italia si caratterizza negli ultimi anni anche per una cospicua presenza di sostegno pubblico alle imprese, terzo fattore che fa crescere il tasso di occupazione nonostante la crescita zero. La creazione dei posti di lavoro è stata fortemente incentivata negli ultimi anni ma con scarsa lungimiranza. Nel quadriennio 2015-2018 sono stati spesi 73 miliardi per agevolazioni contributive che sono diventate, dice Boeri, il principale strumento di politica industriale – di fatto assente, aggiungiamo noi.
Altri elementi che definiscono l’Italia un Paese che non dà più il giusto valore al lavoro sono: poche ore lavorate, paghe basse, produttività che cala, aumento delle crisi aziendali. Crolla inoltre il numero di occupati nella fascia d’età 25-49: circa 223mila in meno rispetto a giugno 2018. La fascia degli under 24 recupera 46mila unità rispetto all’anno precedente, anche se si tratta di numeri davvero piccoli.

I sindacati dicono che i posti di lavoro che mancano ancora all’appello sono circa 1 milione, così come le ore lavorate (circa 550 milioni rispetto al 2007). L’Italia deve ritrovare la sua spinta vitale.
“Un Paese a cui sono stati tolti i momenti di autocoscienza collettiva non è capace di reagire, proprio perché non sente dentro di sé la rabbia o la voglia di fare o la vergogna (…). Bisogna ripartire da una riorganizzazione della cultura, avrebbe detto Gramsci, che metta insieme tutto quello che gli italiani devono sapere di sé” (G. de Rita, direttore del Censis).

Questa storia del Pil che cresce o meno di qualche piccola frazione di punto percentuale è una storia che dovrebbe cedere il passo al recupero di una “chimica vitale”, quel fuoco che in passato ha fatto rinascere il Paese dalle macerie della guerra e ha innescato il boom economico. E allora basta con i tatticismi e si ricominci a dare grande attenzione alle alleanze sociali fuori dal Parlamento, dice de Rita.
I giovani disoccupati, i migranti sfruttati, le donne divise tra desideri di autonomia e genitorialità, i cassintegrati, i riders, gli innovatori sociali, gli studenti e gli anziani. A questa moltitudine bisogna volgere lo sguardo per ritrovare quella spinta economica, imprenditoriale, culturale e sociale, necessaria a far ripartire il Paese.

Marina Mastropierro è una sociologa ed è l’autrice del volume Ediesse “Che fine ha fatto il futuro? Giovani, politiche pubbliche, generazioni.”

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