Facciamo massa

In un libro che ormai conta diversi decenni e che ha fatto scuola nelle teorie delle comunicazioni di massa, Elizabeth Noelle-Neumann teorizzò la spirale del silenzio, un meccanismo che spinge le persone che hanno idee distonanti dal frastuono maggioritario a professarle sempre meno fino a tacere.

Ecco non solo non vogliamo essere risucchiati da quella spirale ma vogliamo rovesciarla. E per tante buone ragioni. La prima è che l’odio che ispira la maggioranza (fate voi se di governo o del Paese) fa male. Male fisico.

Qualche giorno fa abbiamo assistito all’ennesima aggressione contro un ragazzo che indossava la maglietta del Cinema America. Tre volte in un mese e mezzo gruppi di neofascisti hanno pensato che pugni, botte e calci fossero un buon modo per fermare prima un progetto sociale e culturale poi tutti coloro che lo sostengono. L’ultima vittima si chiama Francesco, ha 33 anni, è un ricercatore e l’unica sua “colpa” è stata vestire quella maglia bordeaux a un evento pubblico a Frosinone.

Ma la conta delle violenze è lunga. Mentre a Predappio un gruppo di nostalgici del fez ha festeggiato il compleanno di Benito Mussolini inneggiando sulla sua tomba, nelle campagne di Foggia ormai i braccianti camminano verso i campi guardandosi le spalle. In meno di due settimane nove di loro sono stati bersagliati da sassi lanciati da auto in corsa. Tutti colpiti alla testa, uno speronato mentre andava al lavoro in motorino.

Kemo Fatty ha 22 anni e viene dal Gambia. Il 23 luglio scorso pedalava sulla sua bicicletta. Erano le 4 del mattino quando – racconta al quotidiano Avvenire – “Ho solo visto un’auto che veniva verso di me e un sasso che mi arrivava addosso. Mi ha colpito sull’occhio e sono caduto contro un altro ragazzo. Avevo paura di essere investito. Poi sono svenuto e non ricordo più nulla. Era buio e non ho visto quanti erano su quella macchina”.

E’ ancora Avvenire a ricordarci che a fine marzo, a Borgo Mezzanone, sempre nel foggiano, c’è scappato il morto. Daniel Nyarko tornava a casa in bicicletta dopo aver fatto la spesa. Era custode di una masseria che, secondo la comunità ghanese, aveva difeso da tentativi di furto, facendo arrestare i ladri.

A Milano Rukaia – che di anni ne ha 24 – mentre era al lavoro, si è trovata ad affrontare un “salviniano”. Lei nata e cresciuta nel nostro Paese è italiana ma di origini africane ed è stata travolta da altre pietre: “Dovevano affondarti sul barcone. I negri devono bruciare vivi. Io esprimo la mia opinione.”

Lo scriveva Carlo Levi. Le parole sono pietre. Lo sono le parole di odio scritte a colpi di twitter e facebook, urlate a reti unificate, tradotte in pessime leggi, istituzionalizzate. Parole che alimentano azioni. L’osservatorio Cronache di ordinario razzismo ha raccolto 115 episodi negli ultimi sei mesi.

Ma non saranno queste pietre scagliate con violenza a fermarci. Questa sera, ad esempio, a Foggia faremo massa critica e antirazzista in bicicletta come i braccianti, con i braccianti. Massa, però, dobbiamo farla giorno dopo giorno, nella nostra quotidianità. Anche le nostre parole devono essere pietre. Non per essere usate come armi ma per restare scolpite.

Torniamo a Carlo Levi a quel libro che raccontava il vissuto delle campagne e dei contadini siciliani nella prima metà degli anni Cinquanta. Tra loro c’è anche Salvatore Carnevale che a Sciara nel 1951 aveva fondato la sezione del Partito socialista e della Camera del lavoro. “Aveva capito che in queste condizioni primitive e tese, di fronte a un potere organizzato e ramificato che arriva dappertutto, che controlla tutto con la sua legge, l’essenziale è non lasciarsi sedurre, né corrompere. Né accettare mai, come cosa reale, la paura, l’omertà, la legge del terrore.” Carnevale pagò con la vita. Ma la sua vicenda seppe rompere il silenzio. Sua madre Francesca Serio sfidò la legge del feudo, la mafia e le complicità in tribunale. Scrive ancora Levi: “Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto d’improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto, e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro.” … “le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre”.

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