Con i giovani, contro la mafia

A Palermo, tra il Cinema Ariston e la facoltà di psicologia, al civico 59 di via Giuseppe Pipitone Federico, c’è una lapide che ricorda l’esplosione in cui morì 36 anni fa il giudice Rocco Chinnici. Un uomo che credeva nei giovani

«Io credo nei giovani. Credo nella loro forza, nella loro limpidezza, nella loro coscienza. Credo nei giovani perché forse sono migliori degli uomini maturi, perché cominciano a sentire stimoli morali più alti e drammaticamente veri».

A Palermo c’era un giudice che combatteva contro la mafia e che parlava ai giovani. Un uomo delle istituzioni, potrei scriverlo anche tutto maiuscolo, un uomo che credeva nella «religione del lavoro» e nelle nuove generazioni. Il suo nome è Rocco Chinnici.

«Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice».

Nelle scuole e nelle università spiegava un concetto valido ancora oggi: non si può delegare affatto alla magistratura la soluzione dei problemi, ma è necessario un impegno diretto dei cittadini, ognuno nel proprio ambito.

«Sono i giovani che domani dovranno prendere in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare»

Rocco Chinnici si alzava alle quattro del mattino per lavorare. Sua l’intuizione di un pool antimafia: per lui, la condivisione del proprio lavoro con gli altri colleghi era fondamentale. I suoi si chiamavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

A cavallo degli anni Ottanta, quando il traffico di stupefacenti era diventata la principale fonte di ricchezza per cosa nostra, il giudice metteva i ragazzi dalla droga e dalla connivenza della politica

«La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concretizzi, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini».

Senza una nuova coscienza – amava ripetere – noi, da soli, non ce la faremo mai.


Oggi a Palermo in via Giuseppe Pipitone Federico c’è una lapide che ricorda l’esplosione in cui Rocco Chinnici morì il 29 luglio del 1983. Accanto al suo corpo quello del maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. I primi ad accorrere sul teatro della strage furono due dei suoi figli, Elvira di 24 anni e Giovanni di 19, che erano in casa al momento dell’esplosione.

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