Caccia al nero

È sempre caccia al nero. Uccidono un carabiniere, un ragazzo di 35 anni accoltellato a sangue freddo e, con il lenzuolo ancora a terra, tutti a gridare: “Eccoli, facciamoli entrare: due nordafricani sono stati.” Passano poche ore e arriva la confessione di un americano bianco e ricco. È ancora caccia al nero. Anche a Foggia dove per la seconda volta in pochi giorni questa settimana alcuni braccianti africani sono stati colpiti da una sassaiola e costretti in ospedale. Ed è caccia al nero anche quando i barconi affondano, quando i porti vengono chiusi, quando su facebook le madri si scatenano contro i figli annegati di qualcun altro: “Che se li mangino i pesci!” Perché? Perché sono neri.

Poi c’è un’altra caccia – più subdola – ma per noi è sempre caccia. È la caccia al lavoratore nero. E un’inchiesta di Business Insider ci spiega che sta diventando anche una caccia digitale.

Siamo nell’universo delle app. L’ultima sbarcata in Italia per le consegne a domicilio è UberEats ed è anche una delle più spregiudicate. UberEats appalta il lavoro a delle aziende esterne le quali, a loro volta, lo appaltano ai singoli fattorini che di fatto sono autonomi: ditte individuali.

Stando alla ricognizione della giornalista Gea Scancarelli società come Livotti srl e Flashroad srl affidano le consegne in bicicletta soprattutto a ragazzi migranti africani, “con permesso di soggiorno in corso (o con richiesta di rinnovo già inoltrata), ospitati per lo più nelle strutture di accoglienza della provincia e arrivati in Italia su barconi e barchini.”

Bene. Li fanno lavorare. Ma perché? Forse perché anche la schiavitù modernissima dell’era digitale ha tratti antichissimi. E sì perché la voce che gira – e che i rider a stento possono confermare non parlando ancora la nostra lingua – è che vengano pagati molto meno.

Indirettamente lo ammette anche uno dei soci della Flashroad, Danilo Donnini: “La verità è che sono arrivati moltissimi italiani a fare i colloqui, però, tendenzialmente questo è un mestiere per cui devi fare sacrifici: devi pedalare parecchio, sotto al sole o alla pioggia, e se lo fai per 7-8 ore al giorno ti porti a casa uno stipendio ‘normale’, tipo 1.000, 1.200 euro al mese. Il 99% degli italiani che hanno ascoltato la mia proposta non si sono fermati, perché se non prendono 2 mila euro al mese non sono contenti”. I conti, però, non tornano, visto che: “Quando superano 5 mila euro in un anno di collaborazioni occasionali, noi spieghiamo che se vogliono continuare a lavorare devono aprire una Partita Iva: queste sono le condizioni.”

Bicicletta e smartphone sono a carico dei lavoratori, ma in caso si dovessero rompere l’azienda – accomodante (sic) – presta i soldi per poi riprenderseli dallo stipendio nelle settimane successive. Ferie e malattie non pervenute.

E il contratto? Sarebbe quello della logistica, quello dei fattorini. E là il guizzo dell’esercito confederato dell’imprenditoria italiana: “È tempo di finirla con il perbenismo e il moralismo con cui si pensa di distruggere gli imprenditori. Questo Paese andrà a rotoli se si continua a gridare all’untore, a dire ‘Poverini i rider’. Sinceramente, per me sono poverini quelli che hanno un tumore, non quelli che hanno un posto per dormire in un centro di accoglienza che paga il pubblico, più un telefono pagato sempre dal pubblico e anche un lavoro…”

Ora non commentate che ci rubano il lavoro. Gli schiavi non rubano il lavoro. Nella caccia al nero, i ladri sono altri e la refurtiva è la dignità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...