L’incubo del tragitto Sudan-Libia-Italia

In Marocco c’è un bar in cui gli africani facevano tappa prima di imbarcarsi per la Spagna. Prima di partire ognuno di loro attaccava la sua foto, tra le tantissime che già si trovavano sul muro. Tutti avevano un accordo con il barista: “Se ti chiamo per telefono, significa che sono arrivato in Spagna, quindi togli la foto, se non ti chiamo significa che sono morto”. Solo una delle storie di ordinaria migrazione, raccontate da blackpost.it, il sito che dà voce ai migranti che hanno avuto la fortuna di giungere vivi sulla nostra sponda del Mediterraneo. A scrivere, Abdelfetah Mohamed

Squilla il telefono alle dieci di sera: mi spaventa vedere il prefisso 00218 dalla Libia. E’ un ragazzo che conosco. Mi chiama e racconta che la settimana scorsa erano partiti in duecento con una barca e dopo due giorni di navigazione, appena entrati nelle acque maltesi, sono stati respinti e riportati in Libia. Aggiunge che dopo il loro arrivo una parte del gruppo è stata venduta a un trafficante di essere umani di nazionalità sudanese.

E’ disperato; mi chiede perché un paese civile come l’Italia è complice e spesso collabora con i trafficanti. Cerco di spiegare che questa è solo una posizione politica e non di tutto il popolo italiano, e che comunque in Italia sono purtroppo in molti a pensarla così. Ma lui insiste chiedendomi cosa possa fare per partire di nuovo. Con amarezza cerco di dissuaderlo dal venire in Italia perché lo respingerebbero di nuovo: qui non si stancano di farlo.

E’ straziante dover disilludere il mio amico, uno dei tanti africani che cercano di arrivare in Europa, uno dei tanti che rischia di smarrirsi, disperdersi, scomparire. In ogni città europea appena incontro amici o conoscenti del mio paese, e appena sanno che abito in Italia, mi chiedono se ho visto uno che si chiama Ahmed o Zerai o Solomon, persone partite dalla Libia e mai arrivate. Ed è per questa ragione che ho sempre in tasca un foglio con centinaia di nomi scritti, nomi che si accavallano, si stratificano.
Tra le tante drammatiche storie di emigrazione, si racconta che gli africani che negli anni settanta partivano per la Spagna facevano tappa in un bar sulla costa del Marocco. Un bar che viene descritto come un museo, con centinaia di foto attaccate al muro. In quegli anni i giovani harraga migravano verso la Spagna con i barconi, e prima di partire ognuno di loro attaccava la sua immagine, tra le tantissime che già si trovavano sul muro. Tutti avevano un accordo con il barista: “Se ti chiamo per telefono, significa che sono arrivato in Spagna, quindi togli la mia foto, se non ti chiamo significa che sono morto”. E siccome lasciavano anche i loro numeri di casa, il barista ogni mese chiamava le famiglie, informandole della morte dei loro figli.

Qualche settimana fa, a Ginevra, mi hanno consegnato una lista di nomi, e scorrendoli mi accorgo che c’è il nome di un giovane eritreo, Abdelfetah Mohamed. Corrispondono ai miei, anch’io mi chiamo Abdelfetah Mohamed. Ma la sua storia è purtroppo diversa dalla mia. Non si sa bene che fine abbia fatto. Partito dalla Libia viene respinto dalla guardia costiera italiana e lancia un appello su facebook, dove racconta che il fratello è appena morto tra le sue braccia. Poi, più niente: come tanti, inghiottito nel nulla. E cosi, davanti a ogni nome di persone disperse, tristemente scrivo “sparito”. E lo scrivo non perché voglia aggiornare una tragica contabilità, ma per evitare che qualche sciagurato, qualche spione mi possano accusare di essere un trafficante di essere umani.

Non è raro che succeda, le storie di questo tipo sono tante. Quella più assurda accade tra la Sicilia e il Sudan con un ragazzo che si chiama Medhane. L’unica colpa di Medhane era quella di avere lo stesso nome di un noto e ricercatissimo trafficante. Quel povero ragazzo aveva raggiunto il Sudan e voleva partire per la Libia e dopo per l’Italia. Una mattina, mentre in un bar sorseggiava un caffè, non avrebbe mai immaginato che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Venne identificato, fermato e immediatamente trasferito nelle carceri italiane, scambiato per uno dei più ricercati trafficanti di migranti, accusato dell’omicidio di 360 eritrei del 3 ottobre. E mentre in Italia si annuncia con clamore la sua cattura, sorprendentemente nessun eritreo va a denunciarlo. Al contrario, arrivano attivisti da tutte le parti (e anch’io personalmente) e vanno a testimoniare che lui non è quel trafficante, ma solo uno sfortunato che ha il suo stesso nome, un ragazzo che s’è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Nessuno finora ha creduto alle nostre dichiarazioni. E per quanto è stato possibile sapere, Medhane è ancora detenuto.

La foto di copertina è del fotografo brasiliano Sebastião Salgado.

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