Fuori di Glovo

La storia è questa. E va letta per bene. È la storia di un fattorino che mentre è impegnato nel suo giro di consegne viene aggredito, derubato e lasciato a terra sanguinante. Aggiungiamo qualche dettaglio. Il fattorino si chiama Raza Ahmed, è di origini pachistane, ha 32 anni e non è un semplice fattorino, ma lavora per Glovo ed è un rider. Aveva iniziato a settembre del 2018, per poi riprendere con continuità a gennaio di quest’anno. Glovo è quell’app di consegne a domicilio che ti dice: lavora con noi, “sii il capo di te stesso. Orari flessibili, guadagni competitivi e la possibilità di conoscere la tua città mentre consegni.”

In effetti, quel giorno di fine maggio, Raza ha conosciuto molto bene il quartiere San Paolo di Bari e ha esercitato la sua flessibilità oraria in pronto soccorso dove è finito con il naso rotto, la mandibola, un gomito e un ginocchio contusi. Sui guadagni, invece, tiriamo un bel sospiro e iniziamo a contare: i balordi che lo hanno assalito gli hanno rubato tutti i 430 euro dell’incasso giornaliero. Visto, però, che Raza è il capo di se stesso, come sarà andata a finire?

È andata così: che il capo del capo – l’app? L’algoritmo? Qualche omino poco umano? – ha iniziato a scalargli quei soldi dalla paga. Ah, la paga di Glovo! La collaborazione occasionale con questa app spagnola viene retribuita con la strabiliante somma di 2 euro netti a consegna, con un sovrappiù di 60 centesimi per ogni chilometro percorso (e di 5 centesimi per minuto d’attesa al ristorante). Tutto qui. Rischio altissimo, compenso misero.

Le piattaforme digitali vivono in un universo cieco e parallelo. Le app sfuggono alle regole del comportamento umano. Persino al comune buon senso. Vedete che della salute e della sicurezza di Raza nessuno si è curato. Alle app tutto è consentito. Faremo, diremo, decideremo, soprattutto cambieremo… come dimenticare che il primo atto dell’attuale Ministro del Lavoro fu convocare un affollatissimo tavolo che avrebbe dovuto restituire dignità ai lavoratori digitali? Poi la dignità è stata il titolo di un altro decreto e i lavoratori digitali sono rimasti senza diritti. E adesso pian piano quasi spariscono come persone – con i loro nasi, con le loro mandibole, con gomiti e ginocchia- sono semplicemente una variabile del profitto. Meno di una risorsa: uno strumento, un oggetto, qualcosa di più simile a un limone da spremere e poi buttare.

I lavoratori digitali non si assumono, si consumano. Li consumiamo noi con i nostri ordini online e le nostre pigrizie. Li consumano loro che non sanno che faccia hanno ma ne seguono i movimenti spiandoli da uno smartphone, che li loggano e li sloggano, li pagano e non li pagano, ma soprattutto non li rispettano.

E così anche questo luglio ha avuto il suo allunaggio. Siamo approdati su un satellite arido: si chiama lavoro 4.0. Ci aspettavamo che le sue sorti fossero magnifiche e progressive, che fosse così bello da dedicarci qualche sogno e qualche fantasia. Sapevamo che non sarebbe stato facile, ma non immaginavamo che potesse essere così meschino.

In fondo, poi, ricorda il lavoro 0.0. Quello zero-diritti-zero. Quello per cui fabbriche e campagne si rivoltarono finché non l’ebbero vinta. E allora la strada per noi è sempre la stessa anche se siamo su un satellite nuovo: denunciamo, protestiamo, uniamo le forze e non ci arrendiamo.

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