Il sindacato siamo noi

Vicende che si intrecciano nelle pieghe del tempo. Un filo che le unisce: il senso di identità, l’appartenenza a un’unica casa: il sindacato. Scrive Lorenzo Serio.

Sono nato nel 1937 a Ferrara. Primo di nome e di fatto, cinque fratelli e due sorelle dopo di me. Stavamo bene a casa, 80mq all’Arginone letti a castello e i cappellaci la domenica. Ero bravo a scuola ho fatto anche un anno di avviamento.

Nasco il 4 di luglio del 1958 ad Acireale, in provincia di Catania. Era domenica e, infatti, Domenico mi chiamo che a mio padre la fantasia gli ha fatto sempre difetto. Secondo di tre figli maschi tutti nati di luglio sono uscito geometra come gli altri due che mio padre lì faceva il bidello e così ci teneva d’occhio.

Sono del 1977 e sono nata a Foggia, non me ne vogliano a casa, ma città così brutte in Italia ce ne sono poche. Brutta fuori dico perchè di umanità uguale ne trovi in tutto il Sud. Io, Maria Rosaria e mia sorella, Maria Grazia, abbiamo abitato insieme la stessa stanza anche all’Università a Milano dove mia madre ci ha spedito appena maggiorenni: “Via di qui! Meno vi vedo e meglio sto”.

A Ferrara c’era la Ferri che cercava personale. Si costruivano trattori e feci domanda che ero appena diventato caporale scelto ma di vita militare morivo di noia. Si poteva scegliere all’epoca: alla Montecatini prendevano tutti e per sei mesi ci ho lavorato pure io. Il capo del personale aveva saputo che venivo dai militari, mi prese da parte e mi chiese se volevo essere suo amico. Capisci bene che intendeva quello: mi voleva far fare il delatore. A me che a casa eravamo in nove e la falce e martello era tutto quello che potevamo sperare. “No grazie dottore”, ma poi è stato meglio andare via che mi rampognavano pure se dovevo andare al bagno. Gli anni ‘50 e ‘60 ma che belli che sono stati! Non avevamo mai visto tante cose tutte insieme: il frigo Merz, la 500 in garage, il Musichiere a casa della Ada che spianava a mano per venti persone. È che allora si poteva comprare bene: lo stipendio mi cresceva tutti gli anni, certo i sacrifici li facevamo e non si buttava mai niente che le sapevamo riparare le cose, allora. Ma poi penso ai miei nipoti, ne ho sette, tutti in età di lavoro ma ne lavora solo uno con tutti i crismi, tre fanno i lavoretti, due continuano a studiare e speriamo bene, uno non cerca nemmeno più. Mi passa a trovare tutti i sabato a pranzo e gli allungo qualcosa e poi mi viene una rabbia e un bruciore di stomaco…

Ad Acireale negli anni ‘80 le aziende private erano private proprio. Prive di licenze, prive di personale, prive di scrupoli. Per esserci c’erano ma non sapevi dove trovarle. Tre colloqui ho fatto e tutti al bar Cipriani, ti offrivano a spese tue la granita e dicevano e non dicevano, accennavano a un eventuale ruolo da ricoprire, a eventuali prospettive, eventuali margini, eventuali perizie, eventuali stipendi. Firme, gli servivano le firme; che c’era da costruire tutto a San Cosmo che gli jacitani avevano fame di case popolari e i catanesi di seconde case. E pure a me faceva comodo che ancora stavamo in tre nella stessa stanza di 16mq, in estate il cervello mi friggeva. E così mi sono impiegato. Il sogno di aprire uno studio tutto nostro con i miei fratelli sempre più lontano, firma dopo firma, stavo perdendo il sogno, il sonno e pure l’anima. Quando è uscito il concorso alla Provincia era il 1990 e incredibilmente sono passato, tutti si perdevano appresso ai Mondiali di calcio e forse chi doveva distribuire i posti era distratto. Fatto sta che da allora non ho firmato più niente se poco poco mi puzzava, in macchina c’ho il santino di Falcone e mi parto per andare a sentire a Don Ciotti tutte le volte che sbarca sull’Isola. La mia rivoluzione sono le due figlie che ho fatto, sono oneste, troppo per questi tempi nostri. Disoccupate fino a 40 anni poi è arrivata la cooperativa e la libertà.

Mia madre non voleva per noi la stessa vita che il destino le aveva riservato, e quale genitore non vuole un futuro migliore per i propri figli? Foggia le aveva regalato due figlie in rapida successione a poco più di vent’anni, un uomo primitivo come il vino, e un lavoro da infermiera notturna a San Giovanni Rotondo. Aveva risparmiato su tutto per anni, anche sulle medicine. Finita la scuola ci ha messo sulla Freccia del Sud destinazione Milano. “E non tornate!” furono le parole urlate sulla banchina del binario 1 della stazione. Era notte, faceva freddo e mia madre l’abbiamo rivista l’estate successiva il giorno del suo funerale.
A Milano, si sa, il lavoro non manca. Prima di entrare in mensa al San Raffaele ne ho cambiati nove in sei anni. Tanto ci ha messo mia sorella a laurearsi, che era più portata di me. Ora fa la dentista, ha uno studio alla Barona e non smette un giorno di ringraziarmi. E’ un attivista di Non Una Di Meno, alle mie colleghe fa il 20% di sconto e tutte le domeniche viene da me a pranzo a trovare la nipotina, l’abbiamo chiamata Lucia, come la mamma.

Maria Rosaria ha 42 anni e la tessera della Cgil, Concetta ne ha 36 ed è la figlia di Domenico vive sempre a Catania e ha la tessera della Cgil, Andrea ha 28 anni vive a Bologna e ha tessera della Cgil come suo nonno Primo che ne ha 81. Le loro storie le ho raccolte a un tavolo in pizzeria durante l’ultimo congresso della Filcams Cgil.

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