Eravamo Davide contro Golia

Genova. G8. 18 anni. Tre giorni, un’estate, una vita. Milioni di fermo immagine. Ogni strada. Ogni parola. Ogni manganellata. Ogni bugia. A ricordare è Marina Mastropierro

Sono passati 18 anni dalla repressione violenta e bastarda di un movimento sociale che ha fatto la sua comparsa sulla scena pubblica nel 1999 a Seattle. Il “movimento dei movimenti”, conosciuto con il nome di “movimento no global”, si opponeva alla globalizzazione finanziaria totalmente deregolamentata, a un’egemonia della finanza sul lavoro e sui processi sociali.

Eravamo “Davide contro Golia”, il tentativo lillipuziano di organizzarsi per sconfiggere il gigante.

Anche in questo caso lo scrittore Andrea Camilleri ci lascia delle illuminanti parole a riguardo: “Il giro di boa venne scritto sotto impulso di due avvenimenti distanti tra loro, ma che mi colpirono e m’indignarono in modo particolare. Il primo fu il G8 di Genova e il comportamento non certo esemplare di una parte delle Forze dell’ordine in quelle terribili giornate. Mi mise fortemente a disagio anche una curiosa discrasia tra l’informazione ufficiale, quella dei quotidiani e delle TV, e l’informazione ufficiosa, vale a dire le centinaia e centinaia di riprese fatte dagli stessi manifestanti che documentavano una realtà assai diversa da quella alla quale ci volevano convincere. Ma era evidente a tutti lo spazio di libertà d’azione che era stato concesso ai più violenti mentre i manifestanti più pacifici erano stati duramente manganellati. Non c’erano che due spiegazioni possibili: o si trattava d’insipienza, d’incapacità, il che era grave, o si trattava di complicità, il che era gravissimo. La cosa m’impressionò talmente che, prima ancora del romanzo, scrissi un articolo in cui accennavo alla possibilità che si fosse trattato di una sorta di prova generale di un golpe fortunatamente andata a male. E che le successive violenze alla Diaz e a Bolzaneto fossero un’esplosione di rabbia per il fallimento di quella prova”.

Il “movimento dei movimenti” segnava e suggeriva un cambio di struttura, l’apertura a nuovi paradigmi di sviluppo e crescita, economici e sociali. Professioni ad alto contenuto intellettuale e creativo, ritorno all’agricoltura e alla terra, supremazia dell’ambiente e della salute dei lavoratori nei processi produttivi, tassazione delle transazioni finanziarie, consumo sostenibile, centralità dell’individuo nella definizione delle nuove forme di assistenza, legittimazione di nuove pratiche familiari e riproduttive, etc. Tutte “intenzioni formative” che preannunciavano nuovi “accessi”, provando non solo ad agire come anticorpi di una globalizzazione disumana senza persone, ma anche a presentare nuove richieste di cittadinanza.

Ci respinsero e ci picchiarono. Quel movimento era composto di molti giovani. Io ero studentessa universitaria al primo anno. Studiavo sociologia a Napoli, Federico II. Ricordo benissimo lo sgomento e l’angoscia che ci assalì prima di prendere quel treno che ci avrebbe portato a Genova per la manifestazione conclusiva del 21. Carlo era morto, un ragazzo ucciso per mano di Stato. Eravamo attoniti. Decidemmo di non partire e tornare a casa: io, i miei coinquilini e altri colleghi universitari. Ricordo quella immagine in modo nitido, come se il tempo non fosse mai passato, ne ricordo anche il sapore: dolce e amaro insieme. Ricordo anche lo sguardo enigmatico e profondo di un ragazzo fuori lo Ska che ho rivisto dopo 20 anni. Conserva intatta ogni traccia di mistero. La nostra generazione fu segnata per sempre, porta una cicatrice pesante e profonda. Eppure, nonostante tutto, ha provato a esistere.

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