Taranto sospesa

Hanno 23, 24 anni. Sono giovani, spesso poveri, quasi tutti uomini. Sono i somministrati dell’ex Ilva di Taranto. Almeno 300 addetti tra metalmeccanici e lavoratori delle pulizie civili e industriali. La somministrazione nell’acciaieria più grande d’Europa c’è sempre stata ma adesso si gioca quasi tutta negli appalti. Nonostante i contratti part-time, nonostante gli stipendi bassi, nonostante l’incertezza perenne, hanno scioperato quando il mare ha inghiottito Cosimo.

Cosimo è stato ritrovato solo ieri sera. Cosimo che a 31 anni è finito in un fondale di fanghiglia e catrame a 30 metri di profondità incastrato in quella gru che l’ha condannato a morte. I sommozzatori hanno impiegato tre giorni a scendere: troppo pericoloso. Lui, invece, è sceso di botto quando una tromba d’aria l’ha spazzato via. L’allerta meteo era arancione, al porto commerciale i lavoratori se n’erano già andati da un paio d’ore. Alle acciaierie no, si stava sulle gru come d’autunno sugli alberi le foglie.

All’interno dell’azienda, e  in tutta Taranto, c’è disperazione e c’è sconforto. Daniele Simon è il segretario del Nidil Cgil provinciale e racconta come quei ragazzi di 23, 24 anni oggi stiano valutando effettivamente di lasciare quell’occupazione a tempo e a rischio. Meglio andarsene – pensano in molti – meglio lasciare l’acciaieria, la città, il Sud. Bisogni e necessità, forse, troveranno risposte altrove.

L’altro giorno si sono fermati tutti. Gli atipici, i somministrati, ma anche i lavoratori degli appalti dei servizi. Altri 1200 operai. Per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Cosimo, in solidarietà con i dipendenti diretti dell’acciaieria, quelli con il contratto metalmeccanico. E si sono fermati proprio assieme alle tute blu. Perché se c’è una cosa che hanno ben chiara quelli che all’ex Ilva lavorano – indipendentemente dal contratto e dal settore in cui operano – è che il diritto all’occupazione va garantito assieme al diritto alla salute e alla sicurezza.

Qualche giorno prima che Cosimo finisse in fondo al mare c’era stato un altro incidente, senza conseguenze per fortuna o per caso: la fusione di un carro siluro. “La nostra sicurezza, la nostra salute, il nostro lavoro non possono conquistare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media solo quando ci scappa il morto. Le nostre famiglie tremano a ogni turno, ogni volta che usciamo di casa.” Così raccontano questi ragazzi. Sono lavoratori fragili: rinnovi di un mese, se sono fortunati di sei mesi. Guadagnano poco. Arrivano a 900 euro solo grazie agli straordinari. Altrimenti sono condannati a part-time minimi di 12-15 ore settimanali. Nei gironi degli appalti spesso per loro non c’è neppure la formazione che sarebbe obbligatoria per legge e per contratto. “Manca il controllo – spiega ancora Daniele Simon – E invece qui vista l’importanza e la complessità del sito servirebbe un monitoraggio costante. Negli anni, invece, è stata una rincorsa all’appalto più conveniente, i margini di guadagno delle imprese sono stati ritagliati sempre di più sul costo dei lavoratori e sulla loro sicurezza. Norme come quelle introdotte dallo Sblocca Cantieri andranno inevitabilmente a peggiorare questa situazione già difficile.”

E così mentre ArcelorMittal minaccia di passare la mano e cerchia sul calendario il prossimo 6 settembre come la data in cui chiudere l’ex Ilva, mentre i metalmeccanici aspettano che il governo batta davvero un colpo e domani il tavolo convocato dal ministro Luigi Di Maio inizi a dare le risposte che mancano, anche i somministrati vedono davanti a loro un autunno pesante. È di queste ore l’avvio di un licenziamento collettivo: 200 addetti della Castiglia con contratti multiservizi, edili, igiene ambientale. E poi dal primo ottobre ci sarà un grosso cambio negli appalti all’interno del polo siderurgico: molte ditte andranno via ma a pochi mesi da quella data ancora non si conoscono i dettagli.

A Taranto i metalmeccanici della Fiom, gli atipici del Nidil, i lavoratori dei servizi della Filcams fanno fronte comune. Perché mai come in questo caso è solo la capacità del sindacato di mettere insieme tutti che può fare la differenza. Le soluzioni non sono semplici e la strada di una contrattazione di filiera è tutta da percorrere. Esserci, essere tra i lavoratori, tutti. Anche quelli che hanno difficoltà a iscriversi al sindacato perché dopo un mese, alla scadenza del contratto, quella tessera potrebbe costare loro il lavoro.

Lo ripetono spesso questi ragazzi che per vivere hanno bisogno di lavorare ma che non rinunciano alla solidarietà: “Parlate con noi, state tra noi, rappresentateci sempre”. Guardano i sindacalisti della Cgil e chiedono: “Fateci incontrare Maurizio Landini. Qui abbiamo bisogno di lui.”

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