Call center al countdown

“Non siamo cartellini da timbrare, ma abbiamo vite, storie personali, famiglie che non possono essere cancellate con un colpo di spugna.” Irene Gaeta è una lavoratrice part-time in Almaviva Palermo. E’ tra i 3200 dipendenti che rischiano di essere licenziati già a settembre per il taglio delle commesse. Al tavolo ministeriale sui call center manca una settimana.

Ho quarant’anni, un marito e una figlia, ho iniziato quando di anni ne avevo venticinque e questo lavoro serviva a rendermi economicamente indipendente. Ora è il lavoro della vita, non un lavoretto ma un vero e proprio sostegno economico per portare avanti i miei impegni familiari.

Quello che i miei colleghi e io vorremmo far capire al governo e alle istituzioni e – perché no? – anche all’opinione pubblica è che noi non siamo cartellini da timbrare ma abbiamo vite, storie personali, famiglie, esigenze che sono cresciute e cambiate in questi 15 anni anche grazie al lavoro in Almaviva. Non è accettabile che, con un colpo di spugna, si possano cancellare i nostri obiettivi e le nostre identità.

Forse quello che manca adesso ed è mancato nel corso degli anni è la consapevolezza e un continuo monitoraggio da parte delle istituzioni. Tra crisi aziendali continue questa assenza ha probabilmente contribuito a rendere un colosso dei call center come Almaviva vulnerabile al cambiamento sociale e al mercato e a portare al declino economico l’intero settore.

La mia speranza è che finalmente se ne possa prendere atto e, allo stesso tempo, si possa prendere piena coscienza anche delle nostre potenzialità. Già da anni, in questa Sicilia dove il lavoro manca e da dove i giovani fuggono, le condizioni per noi sono difficili e non esistono grandi alternative. Spero che si possa restituire un futuro migliore non solo a chi come me è cresciuta con questo impiego ma anche ai giovani che si accingono a lavorare in questo settore.

La voglia e l’importanza di esserci perché anche noi possiamo e dobbiamo far sentire “la nostra voce”.

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