Partigiani del quotidiano

Non ci rassegniamo alla disperazione dei lavoretti e della precarietà. Anzi utilizziamo le nostre storie e questa forza per ripartire. Ad aiutarci deve essere un sindacato moderno, che si metta in marcia con noi. Un intervento di Marina Mastropierro, sociologa

Può una generazione di trentenni e quarantenni sentirsi allo stremo delle proprie forze e delle proprie speranze nel pieno della propria giovinezza? Può il periodo più prolifico della vita diventare un inferno in terra per molti giovani italiani?

Le storie che il blog “ilfuturoè” sta raccogliendo negli ultimi giorni ci restituiscono spaccati di un’Italia che da ormai diversi decenni non volge più il suo sguardo verso le giovani generazioni e verso il futuro. La crisi del lavoro colpisce ogni settore: da quello agricolo a quello sanitario, da quello della logistica ai call center. Giovani donne sottoposte a paghe miserissime nelle campagne del Sud, medici che fuggono all’estero perché qui si è smesso di credere nella centralità di un sistema sanitario nazionale; lavoratori delle piattaforme digitali schiacciati da un cottimo sempre più spinto da algoritmi che soverchiano ogni capacità biologica di regolazione del funzionamento umano e vitale. Per non parlare degli operatori dei call center che, dopo una breve parentesi gloriosa, sono minacciati dal peso di licenziamenti sempre più imminenti.
Che paese è quello nel quale non si garantisce benessere, libertà, felicità, diritto alla vita per le giovani generazioni?

Voglio riportare alcuni frammenti di una storia raccolta all’inizio del 2016 nel corso della mia ricerca etnografica da cui è nato “Che fine ha fatto il futuro”, edito da Ediesse un paio di mesi fa. È anche questa una storia di disperazione e speranza insieme.
“Io da curriculum dovrei lavorare in un museo o per istituzioni culturali nella creazione di percorsi espostivi e didattici o quanto altro. Questa cosa non è possibile perché il 90% dei musei del territorio è patrimonio comunale, regionale o provinciale, quindi sono sottoposti a concorsi per la pubblica amministrazione che non vengono espletati o quando lo sono c’è un posto che è già assegnato. C’è stato il concorso da curatore a Ruvo, un altro concorso ministeriale a Roma, ho provato una serie di strade con vari programmi del Ministero dei Beni Culturali: i 500 giovani per la cultura, i volontari per la cultura, e cose di questo tipo, ma c’era sempre qualcosa che non andava bene per il mio cv. O ero troppo giovane, o ero troppo vecchia o da troppo tempo avevo finito. Ho avuto la sensazione che tutto quello che avessi fatto: università, master, servizio civile, progetto, fosse da prendere e mettere nel lato. In questa mia disperazione comunque non sono stata mai fermata e mi sono iscritta di nuovo all’Università.”

Si è fatto presto a dire bamboccioni di fronte al peso delle proprie irresponsabilità. Eppure questi racconti ci dicono di un’Italia che non si arrende. A questi partigiani del quotidiano deve andare lo sguardo di un sindacato riflessivo e moderno che, come questo blog ha sostenuto in questi giorni, ha urgenza di rimettersi in marcia partendo dalla strada e dalla sua disperazione per ricominciare a sperare e, perché no, anche a lottare.

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