Giovani per sempre

Una riflessione amara sui call center. I ragazzi e le ragazze che entrano oggi in questo settore lo fanno per pochi euro e magari senza neanche un contratto. Sono i lavoratori dei call center sottoscala. Chi ci è entrato all’epoca del boom vive ancora con l’etichetta di ex giovane appiccicata addosso anche se la vita, invece che essere tutta davanti, sta scivolando tutta indietro. Scrive Luca Barbuto, lavoratore Vodafone

Ascolto con un certo pudore le storie dei call center-sottoscala, dei giovani e meno giovani pagati pochi euro, senza contratto, senza alcun tipo di progettualità possibile. Il pudore è dato dal fatto che appartengo agli assunti del boom dei call center, quello che ha dato lavoro a migliaia di giovani, nel periodo della nascita del GSM e della fine del monopolio Telecom. Una specie di aristocrazia dei call center. In quel boom, durato dalla fine degli anni Novanta all’inizio dei Duemila, lavorare in Vodafone, in posti come Padova, Pisa, Catania, Ivrea era una meta; credo che in quelle città addirittura Vodafone fosse uno dei datori di lavoro migliori, come fama, come status sociale che ti dava. Gli interinali, che poi spesso venivano anche assunti, vedevano gli stabilizzati in un alone addirittura quasi glamour. Certo, la carriera era perlopiù “orizzontale”, ma le gratificazioni materiali non mancavano. La gente era ben vestita, bella, giovane, c’erano le palestre in azienda, c’erano le settimane bianche e il mercato non si saturava mai. Contratti al quinto livello con corollari di feste e paillettes sembrano impossibili oggi: per questo allora era molto difficile non invischiarsi nella melassa dell’aziendalismo.

Entravi appunto come interinale o con contratto a termine, ma a queste condizioni come facevi a rinunciare al tempo indeterminato se te lo proponevano? Non era solo perché genitori o i nonni mitizzavano il posto fisso; se eri laureato in lettere o filosofia non è che avessi molte altre possibilità, se invece non ti eri ancora laureato quale lavoro migliore di questo per laurearti in pace, con permessi studio, flessibilità, e quell’idea che “tanto prima o poi smetto”? Pochi hanno smesso. Chi ha smesso spesso l’ha fatto perché non reggeva più dopo 10, 15, 20 anni lo stress di un’azienda che aveva chiuso le palestre, le feste e le settimane bianche, in cerca di una produttività sempre più esasperata, per resistere alla concorrenza degli appalti, prima delle “Silicon Valley delle cuffie” calabresi e pugliesi, poi in Albania, Croazia, Romania, Tunisia. Dopo l’outsoucing selvaggio il secondo giro di vite venne dato tre o quattro anni fa dal mercato saturo e dai prezzi al consumo crollati. A quel punto fu chiaro a tutti che nessuno sarebbe arrivato alla pensione in Vodafone, ma ormai, laurea o non laurea, i ragazzi glamour avevano più di 40 anni.

Qualcuno è riuscito a rifugiarsi nella “buona scuola”, a volte tra lo scherno e la disapprovazione dei nuovi colleghi (“A 45 ti viene in mente di fare la maestra elementare?“), qualcuno si è accontentato degli incentivi all’esodo e ha buttato il cuore oltre l’ostacolo; ma la maggior parte è rimasta invischiata in quella strana melassa che nel frattempo si è solidificata è appesantita. L‘ostilità dell’azienda verso gli “irriducibili” è aperta. Il terzo giro di vite, quello della digitalizzazione del lavoro, mira direttamente al sistema nervoso: 5 o 6 chat aperte contemporaneamente, lavorare sempre di più e sotto il ricatto della compressione dei diritti, sapendo che la ri-professionalizzazione non potrà salvare tutti, temendo anzi che non ci potrà essere alcuna ri-professionalizzazione per degli ex giovani che non hanno fatto mai nulla se non parlare, spiegare, convincere, con quel “sorriso telefonico” che in anni di monotonia hanno smarrito.

Nei call center Vodafone è pieno di gente di talento: colleghi artigiani, musicisti, cinefili, poeti; intimamente tutti ci sentiamo qualcun altro, forse qualcuno che avremmo anche potuto essere. Qualcuno ha definito i lavoratori del call center una nuova classe operaia. Non ho mai amato questa definizione perché i nostri vestiti da lavoro non odoravano di Novecento, ma di futuro. Ora invece capisco che nessuna definizione è più calzante: come l’operaio, il contadino o il manovale che per una vita hanno fatto gli stessi gesti, chi ha lavorato sempre nei call-center ha paura che i propri muscoli, la propria mente siano anchilosati, e che fuori della nostra catena di montaggio non ci sia nulla per noi, troppo vecchi, deboli e ingessati per lavorare negli Autogrill, all’Ikea o da Amazon, con le nostre mezze lauree, e quei bellissimi oggettini che sappiamo fare – e che nessuno conosce.

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