Testa alta e pedaliamo

Mentre la Cgil lancia una nuova campagna per i diritti dei rider, Nicola Quondamatteo, della Bologna Riders Union, ci racconta la sua vita a due ruote tra vecchie e nuove forme di alienazione. Il sindacato? Se vuole rappresentarci deve venire a pedalare con noi. Deve essere un sindacato di strada.

Nicola ha da poco finito di studiare. Almeno per ora perché ha in tasca la laurea magistrale in antropologia e vorrebbe provare a restare nell’università, magari come ricercatore. Ma intanto lavora. Ed è un rider, uno di quelli che sfrecciano in bicicletta la sera per le città a consegnare pasti ordinati via app.

Sta cercando un’occupazione che corrisponda meglio ai suoi studi, però aveva iniziato già un paio di anni fa con Glovo. Voleva mantenersi, tirare su qualche soldo e quello dei rider è un settore in espansione, non è difficile entrarci e così alla fine ci si resta per un po’, per pagarsi le bollette e la vita.

Lo raggiungiamo che è ancora a casa a Bologna. Tra l’università e la bicicletta.

“Adesso lavoro con Sgnam My Menù, l’unica azienda che ha sottoscritto la Carta di Bologna, i miei turni sono quasi sempre serali perché così è per noi che ci muoviamo in bicicletta, una volta a settimana lavoro anche a pranzo, per un totale di una ventina di ore. Il compenso è decisamente migliore che con la multinazionale Glovo. Vengo pagato 7 euro netti l’ora e 50 centesimi a consegna. Quando ho iniziato, in effetti, la paga era di 6 euro e 40. Poi le app hanno lanciato un processo feroce di cottimizzazione del lavoro e nel giro di un paio di anni i salari si sono ridotti attorno ai 4 euro l’ora. Sgnam My Menù fa eccezione, proprio grazie alla Carta.”

Ma com’è lavorare per una app? Cosa rende l’app diversa dagli altri datori di lavoro? “Un’app è un padrone che si nasconde. Utilizza stratagemmi retorici e una narrazione fittizia. Lo slogan ‘lavori quando vuoi’ è un ottimo esempio. In realtà, nessuno può lavorare quando vuole perché quando decidiamo di non lavorare nel fine settimana, l’app esercita il suo potere e ci esclude anche dai turni infrasettimanali. Così il nuovo ha un sapore vecchissimo e, se vogliamo, rappresenta un ulteriore appesantimento della disciplina di fabbrica o dell’ufficio impiegatizio. Lasciatemi fare una citazione: Pierre Bourdieu definiva l’habitus come la chiave della riproduzione culturale, in grado di generare comportamenti regolari che condizionano la vita sociale di un gruppo. Ecco il gruppo dei “rider” è disciplinato dall’habitus imposto dalle app. Non è l’app a chiederti direttamente di essere performante o di lavorare a ritmi forsennati, ma l’imposizione che passa attraverso l’algoritmo è più strisciante: se non lo fai sei fuori. Non solo non siamo lavoratori autonomi, ma siamo più che subordinati, direi che siamo sovra-subordinati, compressi tra vecchie e nuove forme di alienazione.”

Intanto in questi ultimi mesi sono morti tre rider in Italia: l’ultimo proprio a Bologna. Si chiamava Mario Ferrara e non era un ragazzino, un neolaureato. Aveva 51 anni. Il lavoro da rider gli serviva per campare la famiglia. Mario è morto di precarietà. “Sì, e noi per denunciarlo siamo scesi in piazza e abbiamo manifestato subito. In realtà, quando nell’autunno del 2017 abbiamo formato la Bologna Riders Union la prima questione che abbiamo posto, prima persino di quella salariale, è stata la mancanza di sicurezza. Stando in strada il rischio c’è sempre, non è del tutto eliminabile, ma da quando le app hanno spinto l’acceleratore sul lavoro a cottimo la situazione è peggiorata. Ritmi forsennati, corse folli, l’ansia, la stanchezza non ci aiutano. E poi non abbiamo diritto a un’assicurazione. Si blatera tanto e a sproposito di sicurezza. Alle istituzioni e ai decisori politici vorrei dire solo una cosa: la sicurezza non è quella che utilizzate come strumento di propaganda o arma contro poveri e marginali, la sicurezza è quella dei lavoratori ed è il grande tema rimosso dal dibattito pubblico.”

Ma cos’è che stressa di più un rider? “Dipende – risponde Nicola – Se penso al lavoro per Glovo mi viene da dire la competizione esasperata, l’impossibilità di guadagnare un salario decente, l’incertezza totale su orari e compensi. In altri casi a stressare può essere il caldo o la pioggia o anche la ripetitività della mansione svolta. Soprattutto, però, sfianca il fatto che il nostro lavoro non è riconosciuto pienamente come tale ed è svincolato da leggi e contratti.”

A proposito, è passato un anno da quando il ministro Luigi Di Maio convocò tutti nessuno escluso al tavolo dei rider per la prima volta. Doveva essere la prima legge del suo mandato. Ancora non è arrivata. Ma i rider vogliono una legge, un contratto o tutte e due le cose? “Perché non tutte e due? Pensiamo che sia necessario estendere il campo della subordinazione anche intervenendo sul codice civile e ampliando quanto previsto dall’articolo 2094, un buon esempio potrebbe essere quello della Spagna, e potrebbe essere utile non solo per noi ma per tutta quella massa di lavoratori subordinati di fatto ma fuori dal perimetro. Ma abbiamo anche bisogno del contratto nazionale di lavoro: il nostro punto di riferimento è quello della logistica. Dico che servono entrambi perché altrimenti i rapporti di forza tra noi e le app sono troppo sbilanciati. Faccio un esempio, dopo gli scioperi del 2018 Deliveroo avviò una campagna di assunzioni selvagge per diminuire i turni a chi aveva protestato. Le app sanno esercitare questo potere fortissimo, altre volte si trattengono e ricorrono a un potere più soft, alternando le strategie come meglio credono perché possono fare il bello e il cattivo tempo. Comunque tornando al ministro Di Maio e al suo tavolo, la nostra non è stata un’attesa inerte. È stato per noi un anno ricco di mobilitazioni sia nei confronti delle aziende che del governo perché né le une né l’altro si stanno assumendo le proprie responsabilità.”

Aziende, governo, parliamo anche un po’ del sindacato. La Bologna Riders Union è un’associazione attraverso la quale vi siete auto-organizzati ormai da qualche anno, ma dalla Cgil, dai sindacati confederali, cosa vi aspettate? “Un rinnovamento: noi abbiamo bisogno di un sindacato che ci rappresenti, che scenda in strada a pedalare con noi che si faccia trovare dove serve, che sappia dare voce e spazio anche alle periferie del ciclo produttivo, che riconosca e non ostacoli forme nuove di partecipazione. Su questi temi rimproveriamo al sindacato di aver agito in ritardo. Ma può, anzi deve recuperare: la sfida è rappresentare dal basso, diventare – come dicevo – un sindacato di strada.”

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