Giovani a perdere

Cara Italia, ancora una volta l’Istat ti ha sbattuto in faccia che non solo non sei un paese per giovani ma non sei neanche più un paese di giovani e, soprattutto, non lo sarai in futuro.

Bambini qui da noi ne nascono sempre meno. In un anno il calo è stato del 4%. E quelli che l’infanzia l’hanno superata già da un po’, appena hanno potuto, spesso, sono andati via e continuano ad andare: emigrano per studiare, per lavorare, per sperare. Lo scorso anno le persone che hanno lasciato il Paese sono state quasi 157mila. Fate conto Livorno o Ravenna. Una città intera. Senza considerare che questo dato non contempla, ad esempio, gli studenti e le studentesse Erasmus e che stime più realistiche lo vorrebbero raddoppiato.

È vero, la pagella dei nostri ragazzi non la ritroveranno cucita in una tasca in fondo al mare, ma il moto che li spinge a lasciare tutto non è poi tanto diverso da quello che impone ad altri come loro di sfidare la sorte e partire verso una terra promessa.

La nostra terra promessa è il lavoro. Non un lavoro qualunque, non un lavoretto di quelli che ci riserva la gig economy con le sue giungle di app e di algoritmi, non un lavoro precario o sotto ricatto, ma un lavoro degno, un lavoro libero.

Guardate i rider che vi consegnano la pizza a domicilio, quell’impazienza nello scorrere compulsivamente il cellulare e cronometrare i tempi. Osservate le commesse dei centri commerciali: sfinite dopo turni estenuanti che riducono la loro vita privata a una minima appendice dell’esistenza. Ma guardate, in fondo, tutti coloro che, tra i venti e i trent’anni, tentano di farsi strada nel mercato del lavoro. In qualunque settore – dall’editoria all’edilizia, dal metalmeccanico allo spettacolo – vivono nella precarietà e, soprattutto, vivono nell’insoddisfazione.

Lavori poveri che pagano poco, lavori che non corrispondono alle aspirazioni o agli studi, lavori che non offrono opportunità di crescita e tutto un insano rincorrersi di assenze e mancanze che hanno reso ormai più di una generazione la generazione del segno meno.

Qualche settimana fa, su questo blog, Alessandra Giannessi, che vive e lavora in Belgio, si poneva l’unica domanda che davvero conta: “E se un giorno decidessimo di tornare?” L’Italia non è pronta. Perché se lo fosse stata non ci sarebbe altro titolo che questo: stiamo perdendo il nostro futuro. E invece solo un paio di giorni fa leggevamo: diminuisce la disoccupazione giovanile. Udite, udite: a maggio è scesa al 30,5%.

Ma se lo chiedi a chi è partito se vuole ritornare, alla fine, ti dirà di no. Ce lo racconta Matteo che fa il ricercatore e lo dice anche Sara che fa la cameriera. Non vogliono tornare perché non vogliono fare la fine di chi è rimasto: sotto il giogo del padrone o del “donatore” di lavoro di turno, scegliete voi come chiamarlo.

A questo punto potrebbe essere utile rispolverare il buon vecchio Marx per capire meglio perché dall’Italia i giovani scappano. Marx spiegava che l’uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e anzi produce veramente soltanto quando è libero da esso. Cara Italia, questo proprio non lo hai ancora capito.

Un pensiero riguardo “Giovani a perdere

  1. E’ triste dover constatare che l’Italia è ormai avviata verso un declino inarrestabile.
    Però se non ci provano i giovani a cambiare le cose, allora non c’è più speranza e questo non lo voglio credere.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...