La prima volta

La fabbrica vista con gli occhi di un bambino che poco sa dei principi della produzione globalizzata, della differenza tra componente e prodotto finito, dell’emigrazione. Una giornata speciale, indimenticabile, anche a tanti anni di distanza. Ospitiamo l’intervento di Kappolella

La prima volta in fabbrica la devo a Pippo. Dal lunedì al venerdì operaio in una fabbrica svizzera di orologi, di notte cantante nei circoli di emigrati italiani, molti dei quali impiegati proprio in quello stabilimento.
Non ricordo il motivo e disconosco il permesso speciale ottenuto a 5 o 6 anni per cui misi piede nel reparto Stanzerei della Società Anonima Ronda. In un’epoca in cui gli orologi svizzeri erano ben altra cosa rispetto ai plasticosi Swatch o ai Casio digitali che invasero i mercati europei negli anni Ottanta.

Il rumore della fabbrica era assordante. Prima di entrare indossai i paraorecchie di protezione. Una cuffia del tutto simile a quelle con cui ascoltavo, la domenica pomeriggio, Tutto il calcio minuto per minuto insieme a mio padre.
Dopo le raccomandazioni di rito: fai il bravo, dammi la mano, rimani sempre vicino al nonno, non toccare niente, con un’enorme meraviglia vidi schiudersi le porte della divisione stampigliatura. Nel capannone erano sparse una cinquantina di postazioni alle quali erano impegnati altrettanti uomini e donne in tuta blu.
Avvicinandomi al macchinario affidato a mio nonno rimasi affascinato dai meccanismi della produzione. Bastava spingere un pedale per azionare una specie di mitraglia che sfornava minuscoli brandelli metallici. Provai con il mio piede 32. Sembrava facile. Ero già pronto a diventare un operaio prima ancora di passare per i patemi della scuola elementare: la cartella con la pelle di vacca, gli esercizi di matematica, la diversità sottolineata dai compagni che ti deridevano in una lingua fredda e dura.

Non era facile capire il nesso. Ma la fabbrica non era di orologi?!? Ogni singola unità prodotta – una vite, una rondella dentata – era quanto di più lontano da ciò che avevo immaginato rispetto al prodotto finito, ma abbastanza intrigante per chiedere un congegno simile come regalo di Natale.
In quell’ambiente anche mio nonno era un po’ diverso da come ero abituato a vederlo: la barba più lunga del solito, le occhiaie e addosso un odore che non aveva né a casa né quando cantava al Centro Ricreativo Italiano. Un aroma metallico, un misto di polvere e sudore che da grande avrei imparato ad apprezzare, conosciuto il valore e la dignità della fatica.

Abituato al fragore, scostate le cuffie protettive, rimasi colpito dal fatto che i colleghi di mio nonno non parlavano il tedesco. Quella lingua che avevi imparato a riconoscere fuori dalle situazioni familiari. Ma cu è stu picciriddu? Sei venuto a vedere dove lavora il nonno?
Quegli uomini parlavano l’italiano con accenti diversi, o in certi casi un idioma misto tra l’italico e lo spagnolo ma sempre puntellato da parole che non riuscivo a comprendere: soprattutto imprecazioni storpiate dal tedesco.
In quel reparto, anche gli svizzeri avevano un aspetto più umano e conciliante. Forse perché avevano imparato un po’ della nostra lingua.

kappolella.wordpress.com

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