Nemici al bar

Un lavoro stagionale, buste paga che non arrivano mai, tra promesse e minacce. Stella ci affida la sua storia e denuncia un ricatto che segna come una cicatrice.

“Ho incontrato due clienti. E lasciatevi fare i miei più sentiti complimenti. Mi hanno raccontato che ieri sera erano seduti al mio bar e hanno ordinato un cocktail e una macedonia di frutta con panna. Mi hanno anche detto che non verranno mai più perché il cocktail è stato servito caldo e i pezzi di frutta della macedonia erano immangiabili. Troppo grandi. Enormi. La prossima volta che qualcuno di voi servirà bevande imbevibili o macedonie immangiabili, vi taglierò lo stipendio. Ci rimetterete di tasca vostra. Ogni volta. Centesimo dopo centesimo.”

Questo è uno dei messaggi che ricevevo quotidianamente dal mio capo la scorsa estate. Lavoravo in un caffè di una cittadina termale. Alta stagione. Avevano bisogno di personale e con il passaparola ero finalmente riuscita a trovare un lavoro. 500 euro al mese, 4 ore al giorno. Tutto in regola. Credevo. Credo. Ancora non l’ho capito.

Mi era stato detto che avevano bisogno di rinforzare la pasticceria e fare dolci è la mia specialità. Così avevo iniziato. Ma è stato un disastro. Quasi da farmi ammalare.

Neanche fossimo una start up californiana, il giovane boss ci imponeva riunioni motivazionali e ci tartassava di messaggi collettivi su whatsapp. Non era mai soddisfatto, ci diceva che stava investendo perché credeva in quell’attività e così avremmo dovuto fare tutti noi. Ma poi dovevamo arrangiarci a preparare tiramisù con la metà delle uova e sotto la minaccia costante di essere cacciati, o non pagati, o pagati meno. Nessuno dei miei colleghi rispondeva. Occhi bassi sempre. Persino scuse a volte. Per aver messo troppo rum, o aver usato quello che andava esposto solo in vetrina, o ancora per aver consumato troppo latte negli impasti, o troppa acqua o troppo sapone nel pulire il locale.

Il ricatto è un’arma potente quando il ricattato ha un bisogno disperato di portare a casa soldi. E qui da noi la disperazione è grande. Manca il lavoro e i soldi che giravano un tempo non girano più. Di sicuro non girano per me che ho da poco superato i trent’anni e mi ritrovo senza lavoro e con un mutuo sulle spalle.

L’anno scorso la pasticceria del bar doveva essere un inizio. Mi era stato detto: “Stai con noi per qualche mese ma sappi che ci sarà spazio per te anche dopo”. Spazio invece non c’è stato. E sapete perché? Non ho abbassato lo sguardo. Finita la stagione è finito anche il mio lavoro, ho chiesto che mi venissero consegnate le buste paga e ancora, dopo un anno, non ne ho vista una.

Non mi sono rivolta al sindacato. Il paese è piccolo, la gente mormora. Il ricatto ti segna come una cicatrice. Ogni tanto ci penso: ora vado. Ma poi non riesco. In questo microcosmo di 9mila anime della provincia italiana non troverei più uno straccio di lavoro. E non posso permettermelo.

Ci penso e intanto vi affido la mia storia.

È iniziata l’estate, una nuova stagione. E sento la rabbia che sale. Al bar c’è una nuova pasticcera e tanti giovani camerieri che chiederanno scusa quando le scuse non sono dovute e che cederanno, centesimo dopo centesimo, alla violenza del ricatto. Chi non si piegherà finirà come me.

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