Non è il mare a far paura

A chi soffia su intolleranza e razzismo scommettendo sulla xenofobia, Federica, lavoratrice e delegata sindacale della Grande Distribuzione, spiega che quello che fa veramente spavento è il lavoro povero. Da Genova, terra di accoglienza, il racconto di chi non si rassegna a fobie e ricatti e lotta per i diritti umani e un contratto dignitoso.

Lavoro da 22 anni presso un’azienda associata a Federdistribuzione e sono contro ogni forma di razzismo e fascismo; lo sottolineo perché oggi sento la necessità di comunicare questo mio modo di essere, anche se solo fino a poco tempo fa mi sembrava scontato. Troppo spesso infatti, siamo circondati da affermazioni che inneggiano al fascismo e sviluppano un clima di opposizione e intolleranza verso chiunque sia vissuto come diverso da noi. Alcune dichiarazioni, diffuse sui social o fatte nei programmi tv da parte di figure politiche di spicco, fomentano l’odio e il rancore in chi vive, con senso di frustrazione, le incertezze sul proprio futuro e la propria inadeguatezza nel risolvere problematiche quotidiane economiche, sociali e di salute. Il tutto, per mascherare inefficaci, se non inesistenti, soluzioni, offerte dall’attuale governo, nell’affrontare problemi che vivono ogni giorno i cittadini.
Lo straniero viene identificato come “altro da me” e pochi lo conoscono, nel suo fare e nel suo vissuto come essere umano.

Fortunatamente sono presenti parti sociali e organizzazioni attente a questi temi, pronte ad accogliere chi ha bisogno e chi deve essere protetto; con la stessa fermezza, sono pronti a protestare per fermare l’entrata nel porto della nostra città di container carichi di “attrezzature” utili alla guerra, la stessa da cui molti immigrati fuggono e cercano, nel nostro Paese, solo un ponte che li colleghi a un futuro migliore.
Solo un’attenta accoglienza e una buona integrazione che si sviluppi tramite scambi culturali, di reciproco rispetto, anche attraverso l’insegnamento della lingua e la partecipazione ad attività con la comunità che li accoglie, potrà portare a frutti positivi, come è stato dimostrato, nei fatti, dal “modello” Riace e come viene evidenziato statisticamente dagli studi fatti sulla permanenza degli immigrati in Italia e sull’influenza positiva che portano all’economia italiana.

Molti italiani si ritrovano spaventati di fronte a una povertà dilagante anche tra coloro che un lavoro lo hanno, spesso incastrati in occupazioni part time che non ammettono possibilità di scelta: i cosiddetti part time involontari, inizialmente accettati in mancanza d’altro o all’inizio della propria esperienza lavorativa, diventano gabbie a basso stipendio perché, quasi mai, viene offerta la possibilità di aumentare le ore di lavoro settimanale e, quindi, la retribuzione mensile.
Nelle aziende della Grande Distribuzione Moderna Organizzata, questo tipo di contratto è tra i più usati; con questi contratti ci vivono, anzi ci sopravvivono, famiglie intere e quando la coppia condivide lo stesso settore lavorativo diventa ancora più difficile avere la possibilità di compiere i normali atti di vita adulta, come avere un alloggio in affitto o acquistarlo, diventare genitori, rendersi economicamente autonomi dalla famiglia di origine.

I più giovani, si trovano ad avere contratti di 16/20 ore settimanali, con formule flessibili che tengono in sospeso lo “spazio temporale” della loro vita lavorativa e di conseguenza di quella privata. La metodica di utilizzo dell’algoritmo per la programmazione oraria del lavoro, in funzione del quantitativo dei flussi di vendita, ha marcato ancor più la sensazione di galleggiamento incontrollato in cui è trascinato chi opera nel settore del commercio. Privato dell’idea di poter in qualche modo condividere una propria individualità lavorativa, si trova a essere inserito in un bieco processo di “incastro matematico” dove, ai nuovi assunti, sempre più a tempo determinato, è richiesto il dover fare un po’ tutto.
Nessuna identità professionale, nessun senso di appartenenza a un “saper fare” qualcosa, mentre ci si sente sempre un po’ più robotizzati, alienati, insoddisfatti.

La tecnologia avanza veloce, ci ingloba e, a volte, ci esclude, con spazi che diventano “magazzini” per le vendite on line.
Questo non vuol dire rassegnarci agli eventi, anzi, il suo contrario. Significa essere consapevoli del processo verso cui sta andando, velocemente, il settore della grande distribuzione ed essere capaci di pensarlo, per attuare tutte le misure necessarie, per viverne le complessità in modo proficuo, positivo e tutelante per chi vi lavora.
Nell’azienda in cui opero, il contratto integrativo è stato disdetto 10 anni fa; al suo posto, in modo del tutto unilaterale, la proprietà ha deciso di mantenere diritti ad alcuni lavoratori mentre li nega ad altri in base all’anno d’assunzione; una cosa scellerata e discriminante, in netta contrapposizione con l’idea che, all’interno dello stesso posto di lavoro, debbano esserci tutele certe e uguali per tutti, senza creare lavoratori di serie differenti. Risulta evidente che in questo tipo di sistema, lo strumento del ricatto e delle diseguaglianze è quello che più produce sedazione e tende a soffocare le iniziative di contrasto e di lotta.

Proprio partendo dal principio di uguaglianza, continueremo a batterci fino a ottenere la costruzione di un nuovo integrativo che normi e tuteli tutti e allo stesso modo.
Mi auguro anche che, a scadenza del Ccnl di Federdistribuzione, si possa tornare a un unico contratto di categoria sottoscritto dalle diverse associazioni del mondo del commercio, attualmente frammentate dal 2014.
Sul tema del lavoro e delle tutele dei lavoratori, il governo dovrebbe aprirsi a un confronto vero e serio con le organizzazioni sindacali per avviarsi ad una reale politica di investimento a favore dello sviluppo del lavoro nella nostra penisola. Il salario minimo, così discusso in questi giorni, deve essere garantito all’interno dei contratti nazionali, altrimenti diventa strumento limitante ed estremamente insufficiente se non supportato dalle tutele normative contrattuali. E’ necessario, quindi, che il Governo si interfacci con un interlocutore competente, critico e pragmatico, accompagnato dal desiderio di sviluppare strategie che portino al centro la persona e i suoi diritti sul lavoro al di là del mero consenso elettorale.
Mi chiedo quindi, e vi chiedo: non è che proprio per questo motivo, alcuni tavoli vengono dichiarati e (mezzi) aperti dal governo, ma poi, nei loro contenuti, non vengono né rispettati né mantenuti?

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