L’ultimo abbraccio

Un padre e una figlia. Immersi nel fango a un passo dalla salvezza. Ma senza essersi salvati. Questo è lo scatto del giorno. Ma è soprattutto la fotografia di un mondo dove la speranza è una macchia, la solidarietà una colpa. Ne vengono in mente altre di immagini che dal Rio Grande ci riportano a Bodrum. La maglietta rossa di Aylan, la ricordate? Da oggi non dimenticheremo neppure i pantaloncini di Valeria, rossi anche quelli. Pensate a quel padre che per tenersi stretta la bambina l’aveva persino infilata sotto la sua maglietta. Ma niente. Il muro dell’indifferenza non è stato oltrepassato. E anche l’indignazione, lo sgomento, quanto dureranno? Dopo Aylan abbiamo indossato tutti una t-shirt uguale alla sua per dire basta. Oggi dobbiamo ripeterlo di più e più forte. Perché non ci hanno ancora ascoltato. E se in Italia gridiamo #fateliscendere, agli Stati Uniti urliamo #fatelipassare. A chi predica di essere padre di tutti e di nessuno, rispondiamo che l’istinto paterno – quello vero – impone di tendere la mano, aiutare, soccorrere, amare. Così scrive Giorgio Sbordoni.

La faccia nel fango. 23 mesi. Non arriveranno mai i due anni da compiere lì dietro l’angolo, e lei non saprà mai perché. Chissà cos’è agli occhi di un bimbo tutta questa gigantesca storia dei flussi migratori. Quando mia figlia di quasi 7 mesi, nelle sue giravolte esplorative sul lettone, si ritrova con il viso affondato nel materasso scatto preoccupato a rimetterla supina, perché temo che non riesca a respirare. 
Forse questo è il particolare che mi colpisce di più di questa foto, come di quella del piccolo Aylan.  Quei visetti affondati nel fango, nella melma, nella sabbia umida, senza un gesto amorevole che aiuti quei piccoli corpi inconsapevoli a girarsi di nuovo per tornare a respirare e a guardare il sole. 
Morti di spalle, immortalati in questi ritratti senza volto, piccoli militi ignoti dell’olocausto dei nostri giorni. Sacrificati senza un briciolo di pietà alle logiche elettorali, politiche, economiche, finanziarie.
Cadaveri, chiamiamoli per quello che sono in questi scatti. 
Con quei simboli beffardi, il fango, la faccia perduta, che dovrebbero appiccicarsi ai carnefici, ma in realtà restano appiccicati alle vittime, in un gioco perverso al quale tutti prendiamo parte, ma al quale non riesco a capire come oppormi più che scrivere la mia indignazione e cercare di stare sempre dalla parte giusta.
Sommersi e salvati senza alcuna logica, qualcuno nasce dalla parte sbagliata, questo farebbe comodo a tutti pensarlo, giustificarsi così, guardare quelle foto e andare avanti con la propria vita pensando, nell’egoismo consolatorio che ci accomuna tutti, che a noi non succederà mai perché siamo nati dalla parte giusta
Un padre e la sua bimba, che non ne sa nulla e magari pensa sia un gioco, si tuffano nel Rio Grande. Lei l’hanno infilata sotto la maglia di lui, sulla schiena, come uno zainetto, la testa fuori dal colletto, non c’era un modo più sicuro per il papà per sentirsela stretta addosso in quella traversata. Quando si tuffano lui pensa che in poche bracciate si ritroveranno negli Stati Uniti d’America e la vita ricomincerà. Si ritrovano affogati, a poche centinaia di metri, con la faccia nel fango.
Potrei scrivere di Salvini o di Trump o di Orban o dei brexiteers, ma oggi proprio non me la sento. 
Non basterebbero cent’anni di solitudine da tutta questa disumanità per riprendere fiato
C’è chi piange, c’è chi scrive, io oggi scrivo per non piangere.”

1 Comment

  1. Parole che trafiggono il cuore…
    Parole che devono per forza portare alla riflessione prima e all’agire poi…
    Dopo averle lette non si può essere come prima..

    "Mi piace"

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