Calcio femminile e sessismo. Cosa sta cambiando con le #ragazzemondiali?

Torna in campo questa sera alle 18.00 la Nazionale femminile di calcio contro le calciatrici cinesi per l’incontro valido per gli ottavi di finale della Coppa del Mondo. A un anno dall’onta dei mondiali di Russia, ai quali la nazionale maschile non è riusciata qualificarsi, in molti si stanno appassionano alle ragazze di Milena Bertolini. Purtroppo come spesso accade ad avere maggior risalto non sono le gesta sportive di queste talentuose atlete, ma certi commenti sessisti che resistono sulla stampa e sui social. Ospitiamo Nadia Somma, D.i.Re-Donne in rete contro la violenza

È sconcertate assistere a tutto il sessismo che si è scatenato intorno ai mondiali di calcio femminile e contro le azzurre della nazionale. Insulti, denigrazioni, derisioni. Un campionario misogino che dai social ai commenti di politici e giornalisti, alla limitata visibilità mediatica dell’evento, rivela quanto in questo Paese – e non solo, basta ricordare la copertina del satirico Charlie Hebdo – ci sia un grave problema riguardo ai pregiudizi misogini che si riversano con livore anche nello sport quando le donne non stanno al posto loro.

È lecito chiedersi quale sia il problema se le donne giocano a calcio o se alcune loro partite sono trasmesse in televisione? Che cosa sottrae al calcio maschile, la cui nazionale di atleti profumatamente pagati, non si è nemmeno qualificata ai mondiali? Semmai delle atlete scarsamente retribuite (la Lega dei Professionisti per le donne, in Italia, non esiste e il gap delle retribuzioni è immenso) avrebbero dovuto ricevere un grande sostegno da parte del pubblico ed essere un orgoglio per lo sport nazionale. Ma non è andata così.

Mercoledì scorso Cristian Panarari, ex consigliere comunale a Reggio Emilia del Movimento 5 Stelle, ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook dove commentava volgarmente la foto della portiera della nazionale con una allusione sessuale. Fortunatamente Maria Edera Spadoni, anche lei M5S, ne ha chiesto l’espulsione dal partito.

Nello stesso giorno, il Foglio ha pubblicato un articolo di Camillo Langone che invitava a “bucare il pallone” alle giocatrici di calcio perché non rappresentavano il modello “naturale” della femminilità. Camillo Langone qualche anno fa scrisse che le donne non dovevano nemmeno studiare o leggere. Insomma l’ideale della donna di questo scrittore pare sia la donna immobile e silente che si mostra solo per la sua avvenenza. Una bambola da contemplare. Nient’altro. E poi c’è stato un moltiplicarsi di pagine social con i soliti leoni (o leonesse da tastiera) per denigrare o dileggiare le calciatrici.

Che cosa ha turbato così tanto? In Italia sappiamo quanto investimento si faccia sul calcio maschile, i cui atleti divengono delle vere e proprie icone, idoli da venerare. Le partite di calcio maschile narrate spesso con metafore tratte dalla guerra, verniciano di eroismo atleti profumatamente pagati. Questi idoli-eroi poi si presentano in pubblico ostentando il lusso e il potere che gli deriva dal denaro, accompagnati da veline o indossatrici confermando lo stereotipo di una divisione di ruoli maschili e femminili, arcaica e rassicurante: l’eroe e la principessa, la forza e la bellezza. L’uomo che agisce e la donna che si mostra.

L’irrompere delle calciatrici sulla scena ha scompagnato questa visione. Gli schemi sono saltati. In campo non ci sono uomini che giocano ma donne che hanno usurpato una narrazione stereotipata e rassicurante e che fino ad oggi ha potuto ripetersi indisturbata solo perché alle atlete di calcio non era stato dato alcuno spazio, alcuna visibilità. Tutto questo è stato avvertito come una illecita invasione di campo, una sorta di usurpazione di ruolo nell’immaginario legato al calcio. Questa può essere una lettura per spiegare le reazioni viscerali e misogine che hanno agitato detrattori e detrattrici del calcio femminile. Anche le donne hanno fatto la loro parte. Se gli uomini si identificano con l’eroe calciatore, molte donne cresciute ed educate per essere belle e silenti, hanno perso di vista l’eroe a cui affidarsi.

Da qui le denigrazioni mirate a rimettere le atlete e quindi le donne al loro posto. Non accade solo con le calciatrici ma anche in generale con le atlete di altre discipline sportive. Ricordo ancora due foto notizia dell’Ansa di qualche anno fa, sulla nazionale di pallanuoto maschile e femminile. Nella prima Stefano Tempesti era ritratto in acqua mentre con la palla tra le mani trionfava per la vittoria contro la Croazia. C’era anche un’altra foto-notizia che riportava la vittoria della nazionale femminile di pallanuoto greca, peccato che la foto ritraeva le atlete, festanti mentre si abbracciano, dalla vita in giù. Insomma delle atlete erano inquadrate solo i glutei e le gambe. Per le donne niente trionfi solo parti anatomiche che devono essere reificate e mostrate.
Monica Lanfranco, giornalista, femminista è solita dire che non c’è nulla di più efficace per depotenziare una donna di ridurla ad oggetto sessuale rievocando peraltro simbolicamente lo stupro.

Quando le atlete non vengono sessualizzate, vengono accusate di allontanasi dalla femminilità e di trasgredire al ruolo sessuale di genere. Non è un caso che le atlete della nazionale calcio femminile siano state etichettate come lesbiche in maniera offensiva e omofoba.
Anche questo atteggiamento volgare e violento contro le calciatrici fa parte della cultura del femminicidio che produce discriminazione e violenza. Una cultura che dobbiamo continuare a combattere ovunque si manifesti e giocare una partita che mette tutte in campo.


Per tifare le #ragazzemondiali senza pregiudizi, per parlare di calcio tra donne e con le donne, The Co2 e la rete dei centri antiviolenza D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, invitano tutti e tutte alla Casa internazionale delle donne di Roma martedì 25 giugno alle 18 in occasione degli Ottavi di finale dei Mondiali di Francia 2019, in cui l’Italia affronta la Cina.
L’evento fa parte della manifestazione estiva “La Casa (S)Piazza” ed è a sottoscrizione, per contribuire a raccogliere i fondi necessari ad appianare il debito con il Comune di Roma e resistere al tentativo di chiudere un luogo che da circa 20 anni è uno spazio di creatività, saperi, servizi, benessere per tutte le donne. Uno spazio di dove si fa politica, arte, cultura. Uno spazio di dialogo e incontro per le donne e con le donne.

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