Sapere: il motore del futuro

La scuola è finita, gli esami sono appena iniziati e il Paese soffre l’annosa mancanza di investimenti nel campo dell’istruzione e, più in generale, del sociale. L’assenza di strumenti adeguati priva il cittadino di un’occasione di riscatto, mentre l’autonomia differenziata rischia di aumentare ulteriormente le disuguaglianze tra Nord e Sud. Ospitiamo l’intervento di Massimiliano De Conca della Flc Cgil

L’Italia non è un paese per giovani: decremento della popolazione scolastica, vincoli e limiti della nostra offerta formativa
Il prossimo settembre sui banchi delle scuole italiane ci saranno circa 70.000 alunni in meno. Il problema è serio e riguarda non soltanto le politiche scolastiche, ma le politiche sociali in generale, perché è sempre più chiaro che l’Italia non è un Paese che si cura di rimuovere quelle barriere che dovrebbero favorire lo sviluppo e la crescita della persona ugualmente, nelle stesse condizioni, a prescindere dal suo stato sociale e dal luogo in cui vive. E’ un dato di fatto, invece, che a parità di status sociale la differenza oggi è dettata ancora di più dal luogo, da quella parte dell’Italia, nella quale si nasce e soprattutto si vive.

Un recente studio di OpenPolis, Scuole e asili per ricucire il Paese ci fornisce una fotografia impietosa della nostra situazione, tanto stridente e deprimente quanto importante perché quando si parla di politiche scolastiche dovrebbero essere sempre presi in considerazione tutti i dati a disposizione: molto spesso invece ci si ferma alla lettura di un solo dato, il successo scolastico, e ci si spertica subito in condanne o lodi, recriminazioni e difese ad oltranza del proprio recinto scolastico.
I risultati sono i frutti degli investimenti e delle pianificazioni di risorse umane, strutturali (edifici) e logistiche (strade, mezzi di trasporto pubblici), che purtroppo condizionano sia gli esiti scolastici sia le aspettative di vita: non è un mistero che le aree interne in Italia si stanno spopolando, per ragioni economiche, ma anche di servizi che mancano (asili, scuole, uffici, banche …) e costringono a spostarsi altrove.

Proviamo ad analizzare qualche dato:

  • nel 2016 la Finalndia ha speso il 6,1% del proprio PIL in Istruzione: l’Italia soltanto il 3,9% (dati Eurostat), quando anche Cipro ha impegnato il 6% delle proprie risorse;
  • per famiglie e bambini l’Italia investe il 6,2% della sua spesa sociale, quasi il 60% invece per la previdenza (dati Eurostat);
  • per i servizi di asili nido nel 2015 l’Italia riusciva a coprire il fabbisogno soltanto del 23% delle richieste (la Conferenza di Barcellona 2002 ha stabilito come obiettivo da raggiungere a breve scadenza il 33%), con forti disomogeneità fra Bolzano che ha aumentato del 103% l’offerta e la Campania che riesce a garantire il servizio soltanto al 6,6% dei richiedenti;
  • la raggiungibilità delle scuole e quindi l’offerta formativa è scarsa per i residenti nelle aree ultraperiferiche e nelle aree interne: un adolescente di Viterbo può trovare 43 scuole ben assortite e servite, raggiungibili in un’ora; un adolescente di Guardia Perticara (Pz) solo 18 e orientate verso determinate scelte formative (per lo più Licei)

Quando analizziamo i fenomeni di decrescita demografica, non possiamo limitarci a visioni parziali (crisi lavorativa): l’Italia in realtà si presenta come un mosaico dove convivono più Italie, dove ancora oggi nascere in un comune o una regione, piuttosto che in un’altra, a prescindere dalle condizioni economiche della propria famiglia, può avere una conseguenza determinante per i servizi a disposizione dei cittadini, per le opportunità culturali, formative e lavorative.
Non dobbiamo allora stupirci che il 5% del decremento di bambini ed adolescenti è registrato nei comuni periferici, dato che il 48% dei ragazzi fra i 14 e 18 anno che vivono nelle aree interne non hanno una scuola superiore nel comune e sono costretti spesso a spostamenti superiori alla mezz’ora, con le dovute diversificazione: in Valle d’Aosta appena l’11,7% dei ragazzi ha una scuola superiore nel comune, ma quegli edifici, nonostante la morfologia del territorio, sono facilmente raggiungibili. Cosa che invece non accade in Campania dove solo il 27% degli edifici è raggiungibile con mezzi interurbani (fonte MIUR) oppure in Puglia e Sicilia, dove la maggioranza dei ragazzi che abitano in aree interne hanno la scuola superiore nel loro comune, ma sono pochi gli edifici scolastici collegati, dunque la scelta degli alunni sembra già decisa dalla logistica.


La povertà educativa è frutto di una cattiva programmazione dell’offerta sociale a livello nazionale: bisogna essere in grado di dare risposte alle esigenze dei bambini e degli adolescenti, delle famiglie più in generale, potenziando la rete di scuole che oggi è limitata in molte parti del nostro Paese, garantendo un’offerta formativa coerente e diversificata in tutto il Paese attraverso il rafforzamento degli aspetti logistico comunicativi.
Per questo, il progetto di autonomia differenziata in discussione per alcune regioni non è certamente la risposta adatta a risolvere queste disomogeneità, anzi certamente le aumenterebbe rendendo il diritto di istruzione e studio di alcuni bambini ed adolescenti limitato rispetto a quello dei loro coetanei residenti probabilmente a pochi chilometri di distanza.
Bisogna impedire questa deriva che sta distruggendo l’unità nazionale e spingere invece verso politiche che forniscano a bambini e ragazzi gli strumenti e la formazione per decidere in autonomia se andarsene o restare dove sono cresciuti. L’offerta educativa deve essere uguale per tutti su tutto il territorio, nelle aree interne e periferiche così come nei grandi centri. Ci si può arrivare solo con forti investimenti sul tempo scuola che rendano il diritto allo studio, ma più genericamente il diritto alla cittadinanza, unico ed esigibile ovunque nei territori della nostra Repubblica.

Un pensiero riguardo “Sapere: il motore del futuro

  1. Necessità innanzi tutto l’unificazione dei vari percorsi formativi, almeno fino al biennio delle superiori compreso, rinviando quindi di due anni la scelta dell’indirizzo di studi da proseguire. In ogni realtà interna si risolverebbero vari problemi di sedi e trasporti. Poi per il triennio successivo gli indirizzi di studio dovrebbero essere distribuiti con maggiore saggezza ed in relazione alle caratteristiche territoriali ed anche economico-sociale. Ma la scelta da parte dello studente, giovane ma non più ragazzino, sarebbe più oculata, documentata ed in relazione maggiormente alle sue propensioni. Gli stessi problemi relativi agli spostamenti ed ai trasporti sarebbero più contenuti e governabili.

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